Recensioni afterhours folfiri o folfox

Pubblicato il giugno 17th, 2016 | da Stefano Pellone

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Afterhours: “Folfiri o Folfox”. La recensione

Afterhours: “Folfiri o Folfox”. La recensione Stefano Pellone
Voto MelodicaMente

Summary: Folfiri o Folfox è un disco di pura e dolorosa coscienza dei propri limiti e riscoperta di se stessi, della propria fragilità e del tempo che ci è concesso su questa terra

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Disco intenso


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FOLFIRI: farmaco chemioterapico composto da acido folinico, fluorouracile e irinotecan, usato per la cura del cancro al colon-retto metastasico e allo stomaco.
FOLFOX: farmaco chemioterapico composto da acido folinico, fluorouracile e oxaliplatin, usato per la cura del cancro al colon-retto.

Quando scegli due cure chemioterapiche, Folfiri o Folfox, come nome del tuo undicesimo album a distanza di quattro anni dal precedente, sicuramente alla base di questa scelta ci sono stati anni bui, intensi e dolorosi che ti hanno portato a pensare tanto e a scrivere altrettanto. Ed è quello che è successo a Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours, che ha conosciuto questi farmaci durante la malattia del padre, farmaci dai nomi che sembrano quasi una filastrocca infantile, tanto rassicurante quanto in alcuni casi inutile e angosciante.

Agnelli, circondato da suoi fedeli Xabier Iriondo alla chitarra, Roberto Dell’Era al basso e Rodrigo D’Erasmo al violino e con i nuovi compagni di viaggio Fabio Rondanini alla batteria (che sostituisce Giorgio Prette) e Stefano Pilia alla chitarra (che rimpiazza Giorgio Ciccarelli) ha deciso di lanciarsi in questo nuovo progetto musicale (al di là dei suoi prossimi impegni futuri come giudice di X-Factor) per raccontare il dolore, la rabbia, tutte quelle emozioni umane profonde e pesanti che si provano quando si vive una situazione del genere.

Dopo la doverosa premessa e le informazioni standard dette sopra parliamo del resto: questo è un disco estremo, di rabbia e di dolore. Lo si capisce dalle prime parole urlate in “Grande“, dalle chitarre che tagliano l’aria come domande senza risposta, dai testi senza redenzione di sorta, senza supereroi pronti a salvarci. E’ un disco di coscienza, di pura e dolorosa coscienza dei propri limiti e di riscoperta di se stessi, della propria fragilità e del tempo (poco) che ci è concesso su questa terra. E gli Afterhours la mettono giù dura, senza filtri e senza zucchero, come mostrano canzoni come “Il mio popolo si fa“, “Noi non faremo niente” e “Fra i non viventi vivremo noi“, perchè anche la musica è messaggio e serve a veicolare le idee in un determinato modo.

afterhours folfiri o folfox

Afterhours – “Folfiri o folfox” – Cover

La malattia, l’ospedale, il dolore, la perdita, sono tutte sensazioni che a più riprese fanno capolino nel disco (“Qualche tipo di grandezza” e “Oggi“) ma in alcuni punti il dolore lascia anche spazio al ricordo e alla commiserazione (come troviamo in “L’odore della giacca di mio padre“) o addirittura ad una speranza (“Ti cambia il sapore“) o quantomeno ad una finzione necessaria per farci sopravvivere, per quietare le domande che la mente incessamente si pone quando non riesce a comprendere una perdita (“Lasciati ingannare (una volta ancora)“).

Il disco si concede anche delle pause rock più “classiche” con pezzi come “Non voglio ritrovare il tuo nome” e “Se io fossi il giudice” per poi svoltare inavvertitamente in direzioni musicali a dir poco allucinate che richiamano agli Area (“San Miguel“, “Cetuximab“, la title-track e “Ophryx“) oppure che ricordano i primi episodi degli Afterhours (“Fa male solo la prima volta” e “Nè pani nè pesci“), in una sorta di caleidoscopio musicale quasi impazzito.

Come detto prima, questo è un disco duro, quasi senza speranza, con poche occasioni di ravvedimento e pochi sprazzi di luce che filtrano da una finestra di una stanza d’ospedale. Ma qui non siamo a Silent Hill, questo dolore non è relegato in un videogioco, è vero e concreto, maledettamente tangibile e autentico e mette alla berlina limiti e paure. E quale è la speranza in un contesto del genere, quale è la nostra ancora di salvezza? Non rimane altro che spogliarsi delle false convinzioni e vivere il tutto in maniera pura, primigenia, senza filtri, in modo tale da capire quale sia il nostro ruolo e il tempo a noi concesso. E ben vengano a questo scopo chitarre affilate, cori ossessivi, assoli, grida e arpeggi malinconici: pur di capire, tutto è concesso, anche la rudezza e la durezza di un disco come questo, che scava a fondo e ripropone l’onestà del rock in ogni sua parte. Perchè, per dirla come Agnelli, “In fondo è tutto dove dev’essere, tutto a posto fin qua“.

 

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