Recensioni Depeche Mode - "Delta Machine" - Artwork

Pubblicato il marzo 21st, 2013 | da Stefano Pellone

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Depeche Mode: “Delta Machine”. La recensione

Depeche Mode: “Delta Machine”. La recensione Stefano Pellone
Voto MelodicaMente

Summary: "Delta Machine" risente ancora molto dello straordinario lavoro di "Sounds of the Universe" sull'architettura stessa delle canzoni dei Depeche Mode e sul loro modo di fare musica

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Disco conferma


Per parlare di questo disco dobbiamo prima fare un piccolo passo indietro. Durante le conferenze stampa che si sono susseguite nei mesi scorsi, i Depeche Mode avevano parlato di questo nuovo lavoro come del figlio di “Violator” e “Songs of faith and devotion“, due capisaldi della band nei lontani anni ’90. Ed il singolo presentato nella promozione dell’album, “Angel“, aveva fatto ben sperare per il suo blues sporco ed elettronico.

Poi era stato il tempo di “Heaven”, il singolo scelto come presentazione del disco, e gli ascoltatori erano rimasti spiazzati da un brano così lento e melodico, anche se piacevolmente colpiti.

Ascoltando questo disco (messo a disposizione dalla band a sorpresa su iTunes prima della data di release ufficiale) bisogna scindere due sensazioni: un po’ di delusione e tanta gioia. Due esatti opposti. Delusione perché il disco ha pochissimo di quello preannunciato dalla band stessa e dal primo singolo, “Angel”. Gioia perché è comunque un gran bel disco, che segue il filone tracciato da “Sounds of the Universe” e che prosegue un certo percorso musicale fatto di musica elettronica minima ma intelligente da una band che ha al suo interno una delle voci più particolari della scena musicale internazionale, Dave Gahan, e due musicisti con i fiocchi come Martin Gore e Andrew “Clapman” Fletcher.

Parlando di gioia, l’inizio dell’album è di quelli che lasciano spiazzati: “Welcome to my world” sembra uscita pari pari da SOTU e ti fermi a ricontrollare se hai preso il CD giusto. Per fortuna già dalla seconda traccia, “Angel“, la musica cambia e si entra in un mondo fatto di blues elettronico e sporco e di voci dannate che urlano la loro voglia di redenzione. Ed è giusto che, dopo un pezzo come questo, ci voglia una canzone più calma, che riporti la calma, una invocazione dolce e sofferta come “Heaven“. Ma è solo un istante, il blues rock elettronico riparte con “Secret to the end“, un brano dal ritornello ossessivo che ai concerti di certo renderà tantissimo.

Depeche Mode-"Delta Machine" - Artwork

Depeche Mode-“Delta Machine” – Artwork

Con il quinto brano, “My little universe“, “Delta Machine” comincia a cambiare: con questo pezzo torniamo sui solchi dei lavori precedenti e sulla linea musicale già tracciata da SOTU, ovvero musica al minimo, molti effetti sonori, una voce quasi narrante e i cori a sottolineare il cantato. Si ritorna un attimo al filone principale del disco con “Slow“, una canzone che ha una bellissima melodia.

Le due canzoni successive, “Broken” e “The child inside” mostrano i due lati dei Depeche Mode attraverso le voci di Dave Gahan e Martin Gore: il primo è un brano ben ritmato e dal sound accattivante, mentre il secondo è un pezzo dolcissimo e molto d’atmosfera, una delle canzoni migliori del disco. Dopo il movimento di “Soft touch /raw nerve”  arrivano le melodie particolari e orientaleggianti di “Should be higher“, atmosfere che si ripetono anche nel brano successivo “Alone“, dal ritmo molto serrato e che vedremmo bene come colonna sonora di qualche telefilm. Il ritmo prosegue con “Soothe my soul“, canzone che credo sarà uno spettacolo dal vivo con la verve istrionica di Gahan così vicina alla rockstar e che è stata scelta come secondo singolo.

Il disco si chiude con “Goodbye“, un pezzo praticamente blues che riporta al discorso precedente e che sembra il seguito di “The sweetest condition“, che era a suo modo il reprise di “The sweetest perfection“, pezzo cardine di Violator. Forse un ritorno all’antico attraverso il nuovo. O solo una dimostrazione che, passano gli anni, ma i Depeche Mode sono sempre gli stessi. Sempre un grandissimo gruppo capace di sfornare bellissimi dischi con il tempo che meritano.

Come detto anche prima, dai prodromi che erano stati fatti, mi aspettavo qualcosa di diverso dal risultato finale: “Delta Machine” risente ancora molto dello straordinario lavoro di “Sounds of the Universe” sull’architettura stessa delle canzoni dei Depeche Mode e sul loro modo di fare musica, ma la band è andata anche stavolta oltre e lo dimostrano brani come “Angel”, con il suo blues sporco, e “Should be higher”, dagli inserti arabeggianti. Poco importa se alla fine non è tutto come ci si aspettava. Tra le mani posso affermare con certezza di avere un signor disco. Che il Dio della musica benedica i Depeche Mode.

 

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3 Responses to Depeche Mode: “Delta Machine”. La recensione

  1. lucio says:

    Loro dicono sempre che il nuovo disco sarà il miglior disco o uno dei migliori esclusivamente per motivi di marketing.Ma è semplicemente impossibile tornare ai fasti del passato perchè ormai Alan Wilder è andato via e anche perchè è un’altra epoca e l’apice l’hanno ormai raggiunto.

  2. Andrea says:

    Ma quale disco hai ascoltato per fare la recensione? Ma per favore, siamo lontani anni luce da Sounds Of The Universe.

  3. Oberkhorn says:

    Tengo subito a precisare che sono un coetaneo dei Depeche, sono un loro fan da quando si sono formati nel 1981 e sono cresciuto con loro. Sono un cosiddetto “figlio degli anni ‘80”, che ha avuto la fortuna di avere ricevuto nella giovinezza il regalo più bello della vita, ossia la meravigliosa musica degli anni ‘80, con la nascita di gruppi mitici che hanno segnato la musica contemporanea, tra cui i Cure, i Depeche Mode, i Simple Minds, i Duran Duran ecc. La meravigliosa musica internazionale degli anni ‘80 ha consentito a noi “figli degli anni ‘80” di raffinare molto l’orecchio, dato che la musica di quel periodo è stata caratterizzata da una forte impronta melodica, dalla cura nelle sonorità, dalla scelta di sonorità maestose d’atmosfera, suggestive e visionarie, da ritmi di batteria battenti e ipnotici….era anche il tempo della nascita delle radio e TV private, per cui le parole d’ordine – abbinata a un’esplosione di creatività musicale senza precedenti – erano “melodie subito gradevoli e appaganti all’orecchio”, “pomposità e raffinatezza delle sonorità” e ritmi di batteria battenti e martellanti…ossia “niente minimalismi”.
    Il fatto di avere raffinato l’orecchio con la meravigliosa, ricercata e raffinata musica internazionale degli anni ’80 mi/ci ha resi molto esigenti e severi dal punto di vista della compliance musicale (visto che dagli inizi degli anni ’90 in poi è iniziato un tracollo della musica e della creatività in generale). Ho fatto tale premessa per arrivare a dire che essere fan e devoti a un gruppo musicale, non deve accecare e rendere “sordi”, facendosi andare bene e accontentarsi di tutto ciò quel gruppo musicale propina….soprattutto nel caso dei Depeche, che hanno un passato glorioso ricco di eccellenze e capolavori musicali che hanno accompagnato tutti gli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90….
    Detto tutto questo, il mio giudizio (ma sto sentendo altri fan che la pensano allo stesso modo) su Delta Machine è tranchant…quest’ultimo album è un’altra delusione (dopo Exciter e, in parte, anche SOTU). Sono molto amareggiato e mi chiedo come una band con un passato glorioso come i Depeche possa essere arrivata a fare un album così brutto (è anche peggio di Exciter, il che è tutto dire…). A parte l’idea malsana e scellerata di dare un’impronta blues ai nuovi brani (che c’azzecca il blues con i Depeche che hanno radici pop, pop-rock, new wave/dark e post-punk???), Delta Machine si presenta come un album lento, noioso e monotono, poco curato e scarso sotto il profilo delle melodie e delle sonorità, con batteria quasi assente, sonorità elettroniche sporche e acide..…un album freddo, tecnologicamente minimale e incapace di suscitare emozioni, suggestioni e visioni. Che dire? La mancanza di Alan Wilder si sente…che tristezza.
    Mi chiedo con che coraggio Martin Gore abbia potuto affermare che Delta Machine sia un degno figlio di Violator e di SOFAD…..ma sa quello che dice o si è bevuto il cervello?
    E’ appena uscito il nuovo album e sono già nell’ottica della speranza che il prossimo album dei Depeche sia un po’ meglio di questi ultimi e che possa ancora sorprenderci e regalarci un po’ di ritmo, melodia e di sonorità maestose, spaziali, calde e vibranti, come negli anni ’80. Ma perché ciò avvenga è necessario che Alan Wilder torni nella band….e ci auguriamo che questo lieto evento possa verificarsi già con il prossimo album…

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