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Recensioni Artwork "Overgrown" James Blake

Pubblicato il aprile 8th, 2013 | da Chiara B

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James Blake: “Overgrown”. La recensione

James Blake: “Overgrown”. La recensione Chiara B
Voto MelodicaMente

Summary: Un lavoro curato nei dettagli, che mira a giocare con arrangiamenti, sonorità ed atmosfere ed a sperimentare una nuova evoluzione di quel post-dubstep di cui è pieno rappresentante.

4

Disco maturo


“Overgrown” è il secondo album di James Blake, classe 1988, artista giovane ma dal background forte e dallo stile tanto consolidato da aver spinto Martin Clarke, critico musicale della rivista Pitchfork, ad indentificare per lui ed altri due colleghi (Mount Kimbie e Fantastic Mr. Fox) un nuovo genere musicale, il post-dubstep. Una miscellanea di elettronica, musica ambient ed R’n’B, generi che si potrebbero pensare inconciliabili, ma che Blake riesce a condensare in un’unica forma espressiva. Partendo da un colore vocale che lo vedrebbe perfetto per la musica black, questo giovane artista si spinge ad esplorare territori nuovi ed inaspettati, che rendono un album come “Overgrown” un prodotto di pura arte introspettiva rivolta all’infinito che è fuori.

Il disco si compone di dieci tracce, ma la stessa tracklist viene smaterializzata da Blake: ascoltandolo si ha come l’impressione di trovarci di fronte ad un unico brano, in cui si alternano e susseguono momenti differenti. L’idea che si ha è di un viaggio all’interno del proprio mondo, quello di Blake, ma anche del singolo ascoltatore, un viaggio a tappe, ma continuo, in cui di volta in volta fanno repentinamente capolino figure insolite, che altrettanto repentinamente scompaiono.

La scrittura e la produzione di “Overgrown” sono opera diretta ed unica di James Blake, che si è occupato anche della distribuzione grazie alla etichetta discografica da lui fondata, la ATLAS, supportata dalla Republic Records. La sola eccezione è rappresentata da “Digital Lion”, che può vantare la produzione di una colonna della musica quale Brian Eno. Tra gli artisti che hanno partecipato in modo più o meno diretto alla realizzazione ed alla concettualizzazione di “Overgrown” si possono annoverare Bjork, Drake e Bon Iver.

Artwork "Overgrown" James Blake

Artwork “Overgrown” James Blake

Un sound più maturo e sperimentale, rispetto al precedente album “James Blake”, ma che a questo si allinea perfettamente per lo stile personale del suo scrittore ed interprete. Malinconico, a tratti lamentoso, la voce spesso trascinata di Blake viene amplificata in questo suo effetto da un pianoforte marcatamente blues e dagli interventi dell’elettronica, liquida ed eterea seppur nel pieno della sua forza.

I bassi, come nella più tipica tradizione dubstep, la fanno da padrona: le percussioni sono spesso portate in secondo piano, se non azzerate del tutto e sostituite da un beat pressante e tanto coinvolgente da accorgersi, mentre si lascia correre la tracklist, che improvvisamente il cuore a cominciato a battere con un ritmo diverso, più veloce e sincopato, il ritmo di “Overgrown”.

Un album suggestivo ed accattivante, che può essere idealmente diviso in due momenti: la prima metà della tracklist è caratterizzata da intimità profonda, in cui l’arrangiamento è tanto essenziale da fermarsi per brevi passaggi, per poi riesplodere in un’improvvisa incursione elettronica. Basti pensare a pezzi come la title track “Overgrown” o la mobyana “I Am Sold”, piuttosto che “DLM”, con un piano ed un coro “a labbra chiuse” dai toni quasi mistici. Sempre in questa prima parte è molto più forte la componente R’n’B, in particolare in brani come “Life Round Here”, “Take A Fall For Me” (cantata assieme al rapper RZA) ed il singolo di lancio “Retrograde”.

Da “Digital Lion” in poi, invece, le frequenze si fanno più incalzanti, le atmosfere mutano e si fanno meno malinconiche, sebbene più cupe e potenti. Ipnotica “Voyeur”, uno dei brani di maggior impatto dell’album, con una serie di stop e riprese che rende benissimo l’idea del viaggio continuo che dicevamo anche in apertura. Dark, ma a tratti aperta in accordi più brillanti “To The Last”, in cui si inseriscono improvvisi il rumore di onde che si infrangono sulla battigia e versi di gabbiani. Suoni, questi, che fungono da fil rouge che collega questo pezzo al successivo “Our Love Comes Back”.

Un lavoro curato nei dettagli, che mira a giocare con arrangiamenti, sonorità ed atmosfere ed a sperimentare una nuova evoluzione di quel post-dubstep di cui è pieno rappresentante. Ma anche un album che si rivolge al proprio pubblico e che rischia di non essere compreso da altri target, che potrebbero arrivare a trovarlo ripetitivo.

 

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