Till the rainb..." /> Neil: "Apart". La recensione | MelodicaMente

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Pubblicato il agosto 21st, 2013 | da Stefano Pellone

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Neil: “Apart”. La recensione

Prima frontman degli Hope Leaves con cui ha inciso il disco “Till the rainbow starts to shine” sotto etichetta Nerdsound, ora Neil Lucchetta (in arte semplicemente Neil) ha deciso di intraprendere la carriera solista, incidendo per la Garage Records il suo primo album, “Apart“.

La produzione ed arrangiamento del disco è stata fatta al Garage Studio di Treviso a quattro mani tra Pol Ruggero e Neil, registrando i brani prima in presa diretta semplicemente come chitarra acustica e voce e poi decidendo gli arrangiamenti volta per volta, trattando ogni canzone come se fosse un pezzo unico. Successivamente sono stati decisi gli arrangiamenti prendendo ogni canzone ma singolarmente, dando al disco quindi una sua multipla sfaccettatura.

Una scelta voluta anche per preservare e far conoscere meglio lo stile di Neil, chitarrista e cantante che canta dell’amore e delle sue ombre con uno stile che ricorda artisti come Nick Drake ed Elliott Smith ma che intraprende un suo percorso del tutto personale, aiutato in questo da Maximilam Modolo (elettronica), Marco Pagot (basso e percussioni) e Diego Todesco (archi, percussioni, fiati).

Apart” è un disco da 13 brani per oltre 46 minuti di ascolto e che presenta 10 tracce inedite più tre brani riletti in versione acustica: subito l’inizio affidato a “Drones” dà il sentore del lavoro che ci troviamo di fronte, un lavoro dove la chitarra acustica e la voce la fanno da padrona ma dove è lasciato anche ad altri strumenti il tempo ed il modo di farsi sentire, come quelle foto di gruppo dove i soggetti in primo piano spiccano ma non coprono troppi le persone appena dietro.

Il lavoro di Neil è molto raffinato e toccante, con punte di autentica nostalgia come con “Marbles” e brani come “Ariadne” dove è lasciato alla voce di spiccare sopra un tappeto musicale parlando di sé e dei tempi che viviamo, tempi che non sono capaci di rallentare e che corrono veloci anche quando uno vorrebbe riposare, come in “Wake me up“.

Neil - "Apart" - Artwork

Neil – “Apart” – Artwork

Il disco si riprende una sua dimensione acustica con “Oland“, canzone che grazie ad una chitarra straziante ed ad una voce effettata colpisce dritto al cuore, grazie anche all’uso molto ricercato del synth: il titolo successivo, “Digging in the grave“, è la cover di una canzone dei Faith no More tratta dal disco “King for a day… fool for a lifetime” e trasformata secondo la visione di Neil in una ballata alla Johnny Cash.

Bones of dolls” è la canzone che in assoluto in questo disco mostra più “inquinamento” da parte dell’elettronica, grazie alla sua coda musicale finale: contaminazione elettronica che ritroviamo anche nel brano successivo, “Take me home“, dalle tematiche musicali che sembrano arrivare al dub step, e nella canzone finale, “Smile“, una sorta di preghiera dettata da una base elettronica che batte come un cuore. Nel disco poi ci sono tre versioni acustiche di “Wake me up”, “Bones of dolls” e “Smile”.

Ci sono poche cose in questo disco vista anche la sua minimalità, ma sono tutte cose al posto giusto, tutte cose raffinate. Tutte cose difficili. Come i sentimenti. Come i tempi in cui viviamo, che ritroviamo nei testi di questo disco coraggioso, intenso ed intimo. Si dice che tempi duri richiedano azioni drastiche e coraggiose. Questo album è una di quelle.

 

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