Recensioni

Pubblicato il settembre 30th, 2014 | da Stefano Pellone

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Poets of the Fall: “Jealous gods”. La recensione

I Poets of the Fall (meglio conosciuto con la sigla POTF), sono un gruppo musicale rock finlandese fondato nel 2003 a Helsinki e che oggi è arrivato al suo sesto album, “Jealous Gods”, preceduto dal singolo “Daze” a distanza di due anni dal recedente disco “Temple of thoughts”.

La band, composta dal cantante Marko Saaresto (Mark), dal chitarrista Olli Tukiainen (Ollie), dal tastierista Markus Kaarlonen (Captain), dal chitarrista Jaska Makinen, dal batterista Jari Salminen e dal bassista Jani Snellman si è fatta conoscere al grande pubblico per la sua collaborazione con il mondo dell’elettronica e del videogaming, dato che il singolo “Late Goodbye” è stato utilizzato come main track nel videogioco “Max Payne 2”, il brano “Lift” è stato anche utilizzato nei credits finali del famoso software di benchmarking “3D Mark” ed il brano “War” è stato scelto come colonna sonora per il videogame della Remedy “Alan Wake”. Gli stessi POTF hanno poi scritto e interpretato due canzoni per lo stesso videogico sotto lo pseudonimo Old Gods of Asgard, “Children of the Elder God” e “The Poet and the Muse”.

Il settimo disco della band finlandese, composto da 11 canzoni per 50 minuti di musica, comincia con il singolo, “Daze“, brano dalla musica molto bella dove il pianoforte si inserisce bene nella trama musicale e dove secondo me si pecca con il falsetto, vista la particolarità della voce di Marko che può fare ben altro, a mio avviso. Il secondo pezzo è la title-track e per chi conosce bene il gruppo scandinavo qui ci sono tutti i Poets: inizio sognante di pianoforte, voce da rizzare i peli delle braccia, chitarre ampie e potenti, bridge meraviglioso. In altre parole un gran pezzo.

Jealous_Gods_cover

Poets of the Fall – Jealous gods – Artwork

Il terzo brano del disco, “Rumors“, ha un ‘inizio che ricorda molto da vicino “Learning to fly” dei Pink Floyd ma prende una sua direzione ben precisa grazie alle tastiere: purtroppo il ritornello sembra un po’ un corpo estraneo rispetto al resto della canzone ed è un peccato perchè questa sembra una perfetta canzone da viaggio in auto. Con la partenza veloce della chitarra di “Brighter than the sun” e con la voce in primo piano ci si trova di fronte ad un pezzo molto piacevole che ricorda in qualcosa un altro pezzo del gruppo, “Fire”. La sua compattezza e la bellezza del bridge la candidano come una delle canzoni migliori del disco.

Love will come to you” ricorda le ballad da crooner anni ’50 o da nuova scena musicale americana che ricorda molto da vicino il folk americano alla John Mayer e guadagna alla distanza, lei così fuori dai “canoni” a cui ci hanno abituato i Poets of the Fall. L’intermezzo “particolare” di JG continua con “Rogue“, il primo brano strumentale in assoluto per i POTF. L’inizio sembra quasi titubante ma poi le chitarre prendono il sopravvento e si sale alla grande. I paragoni sono semplici: ricorda qualcosa dei Dream Theater e qualcosa dei Toto, ma con un proprio stile, grazie anche alla prova eccellente delle chitarre.

L’inizio dolcissimo, malinconico e struggente di “Rebirth” strappa l’attenzione dell’ascoltatore: la chitarra subito dopo i violini è da lacrime e la voce di Marko è perfetta in questa ballad che, sono sicuro, dal vivo renderà al suo meglio vivo e porterà con sè tanti accendini in cielo e fazzoletti nelle tasche: il brano successivo, “Hounds to Hamartia“, è tecnicamente suonato e cantato benissimo,  con un bel bridge ed una chitarra western eccezionale a fine ritornello, ma sembra trasmettere poche emozioni purtroppo anche per il suo sfortunato posizionamento nel disco.

Il disco comincia ad avviarsi verso la fine con “Clear blue sky“, canzone che subito dall’inizio porta a tamburellare ed a battere il tempo con il piede: il ritmo è fantastico ed il ritornello molto bello ricorda in alcuni punti, anche sentendo la musica, una versione velocizzata di “Desire”. Siamo alla penultima canzone e l’inizio synth-pop di “Choice Millionaire” colpisce stonando quasi con il resto del disco: l’inizio richiama in mente una canzone dei Covenant, “We stand alone” e forse a molti ascoltatori non piacerà per le sue musiche e per il suo parlato ma è il sintomo come la band riesca a reinventarsi per l’ennesima volta. Si giunge alla fine con “Nothing stays the same“, un brano che racchiude in sè tutta l’essenza dei Poets, dove ogni pezzo trova la sua collocazione e dove l’assolo colpisce al cuore.

Siamo all’ennesimo capitolo della saga dei POTF e anche qui i nostri piccoli eroi finlandesi riescono a reinventarsi un pezzo alla volta per rinnovarsi rimanendo sempre gli stessi. Perchè puoi fare tante torte con uova, zucchero, latte e farina, ma gli ingredienti sono sempre quelli. E se sono di qualità verrà sempre fuori qualcosa di buono.
Il disco nel suo complesso ha forse un paio di momenti di debolezza ma direi che sono peccati più che perdonabili per un gruppo, ahimè poco famoso in Italia, che riesce a rinnovarsi da una decina di anni a questa parte senza perdere di vista se stessi ed i suoi fans che in fondo li amano anche per questo. Questo disco secondo me ha il potenziale per esplodere dal vivo: vedremo se ho ragione.

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