Interviste Cover "Spassiunatamente" Solis String Quartet & Peppe Servillo

Pubblicato il ottobre 31st, 2012 | da Chiara B

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Solis String Quartet confessano: “Amiamo la musica così, spassiunata”

Nuova intervista per MelodicaMente, che questa volta è andata a farsi quattro chiacchiere con i Solis String Quartet, quartetto made in Naples classico solo negli strumenti, ma quanto mai contemporaneo nei suoni e nello spirito. Sono uscito lo scorso 16 Ottobre con “Spassiunatamente”, album realizzato con Peppe Servillo, storico frontman degli Avion Travel, con il quale reinterpretano i grandi classici della musica napoletana d’autore. Vincenzo Di Donna, Luigi De Maio, Gerardo Morrone e Antonio Di Francia: li abbiamo raggiunti telefonicamente a Napoli in studio di registrazione, durante la lavorazione del loro prossimo album completamente da soli. Una chiacchierata in libertà, una chiacchierata con i Solis String Quartet.

Cominciamo col parlare di “Spassiunatamente”, l’album che avete realizzato con Peppe Servillo al termine di una lunga tournée nei teatri e che proprio in questi giorni sta ricevendo ottimi riscontri da parte del pubblico. La domanda è di rito: come è nata questa collaborazione?

E’ molto semplice. Noi ci conosciamo da anni con Peppe, amiamo la canzone napoletana e infatti nella nostra musica c’è sempre un po’ di quella napoletana. Abbiamo fatto questo progetto anche con altri artisti, ma con Peppe ci sembrava doveroso farlo, perché anche lui ama come noi la canzone napoletana ed aveva voglia come noi di fare qualcosa con la musica napoletana.
Ci lega una grande amicizia, ci cercavamo perché era un desiderio reciproco di creare un gruppo di campani che lavorano ad un progetto napoletano. Abbiamo giocato molto con gli arrangiamenti, con la teatralità dei pezzi.

 

Cover “Spassiunatamente” Solis String Quartet & Peppe Servillo

Questo album si propone come un omaggio alla cultura ed alla musica napoletana. Voi siete di Napoli e Servillo è cresciuto a Caserta, non credo di sbagliare affermando che fin dall’infanzia avete ascoltato anche questo genere di musica. Questi brani, oltre che di valore artistico, saranno carichi anche di uno affettivo ed emotivo.

Certamente, noi amiamo tantissimo la canzone napoletana, quella d’autore, quella, come dice Peppe, “cantata sotto voce, ma non dimessa”, cantata con grande espressione, con il cuore, sussurrata.

I Solis String Quartet sono un quartetto d’archi che si è formato in seno al Conservatorio di San Pietro a Maiella a Napoli, da lì avete cominciato a percorrere la strada della musica pop, jazz e contemporanea in generale. Come ricordate quei primi passi? E come credete che sia cambiata la scena musicale italiana in questi anni?

Noi non siamo nati in conservatorio, nel senso che ci siamo diplomati tutti un po’ di anni fa, poi abbiamo avuto le esperienze più disparate. Il Solis è nato con l’intento di esplorare altre sonorità. Il classico lo abbiamo fatto ognuno per conto proprio, è un bagaglio che ci portiamo dietro con grande amore e passione, perché la musica classica è quella che ci ha formato e ci ha visto nascere. Ma il Solis nasce non come quartetto classico, la nostra è stata una sperimentazione fin dal primo giorno: non esistevano partiture, non esistevano stili, esisteva solo la voglia di fare qualcosa che andasse in un altro ambito. Era il 1990, per cui siamo stati pionieri in tutto. Ci abbiamo messo un po’ a far capire agli altri quello che volevamo fare, era strano utilizzare un quartetto d’archi nel pop, figuriamoci nel jazz e negli altri stili. Il gruppo ha cominciato direttamente così, con un’altra veste. Negli anni si sono accumulate le esperienze, alla fine siamo riusciti con “Spassiunatamente” a ritrovare quel filo con la tradizione sia classica che partenopea, cosa che avevamo per anni messo da parte per sperimentare. Alla fine c’è sperimentazione anche nel classico e nel classico intendo anche nella musica napoletana, stiamo tornando al mondo con un occhio diverso e molto spassionatamente, senza pensarci troppo. Il fardello era pesante, quattro napoletani che cantano musica napoletana, anzi 5 campani che interpretano la musica napoletana: per noi all’inizio era un po’ difficile il passo. Alla fine ci siamo detti: “Se lo facciamo in maniera spassionata, in maniera semplice, senza pensarci troppo, alla fine ci riusciamo”. Noi siamo riusciti per quello che abbiamo fatto, speriamo che piaccia.

Prima accennavi a come è cambiato il panorama musicale italiano. Ecco, più che il panorama musicale, credo che negli anni sia cambiato il pubblico, perché poi il panorama ci mette un po’ di tempo ad adeguarsi a ciò che vuole il pubblico. Negli anni abbiamo assistito ad una commercializzazione della musica, forse adesso il pubblico è un po’ più maturo, è andato in una direzione diversa rispetto a quello che negli ultimi anni si pensava. E questo lo dimostra il fatto che un disco difficile all’ascolto come il nostro invece incontra il favore del pubblico. E allora vuol dire che la gente va alla ricerca dell’emozione vera, vuole ascoltare musica e basta, senza farsi tante domande, se sia fatta con la chitarra elettrica o la batteria o un quartetto d’archi e una voce. In alcuni brani abbiamo preso in prestito generi diversi, si possono ascoltare il fado portoghese, la milonga argentina, abbiamo giocato anche con gli stili. E questo dimostra che la canzone napoletana si compone di piccoli capolavori, li abbiamo reinterpretati eppure rimangono vivi nella gente, che ama riascoltarli. Sono talmente belle le melodie, che tu non riesci mai a separartene. I testi sono delle piccole storie di teatro, la musica napoletana non parla mai di tragedie, parla di piccole cose, di amore e di passione, del rapporto uomo-donna che è eterno. Molto spesso la difficoltà non sta nel far capire le parole, ma nel far capire l’emozione. Per questo, diceva il grande Edoardo che il pubblico non capisco non perché non è napoletano, ma perché è l’attore che non si è fatto capire. Pensiamo che questo sia un disco universale per la semplicità del messaggio che porta.

Le collaborazioni in questi anni sono state molte, da mostri sacri quali Claudio Baglioni ed Eugenio Finardi a giovani cui avete portato decisamente fortuna come Elisa o Marco Mengoni. Tutte queste esperienze vi hanno lasciato un segno? Vi hanno arricchito a livello sia umano che professionale?

Assolutamente sì. Sono state grosse esperienze umane, prima di tutto, e musicali. Fortunatamente accompagniamo persone  grandissime. Appena iniziato, abbiamo accompagnato Baglioni nel ’92, poi siamo stati con il grande Celentano nel ’94, dopo anni che mancava dalle scene, stavamo insieme proprio fisicamente con lui durante il tour. Lavorare con i grandi ti arricchisce. Nel frattempo noi negli anni abbiamo prodotto tanta musica strumentale, anche se questo in italia spesso passa in secondo piano, ma il Solis ha sempre avuto una forte attività solistica. Proprio l’anno prossimo usciremo con un altro progetto strumentale, sarà un disco solo quartetto. A parte tutti i vari progetti che portiamo avanti parallelamente, perché ci piace avere una vita artistica varia. Per questo motivo noi facciamo le collaborazioni, perché ti arricchiscono, gli incontri con altri artisti anche di genere e stile differente arricchiscono sempre il tuo bagaglio culturale e anche nel fare le tue cose in ambito strumentale. E’ la natura del Solis incrociare stili, artisti, attori che rendano interessante il nostro lavoro, è questo il nostro segreto.

La vostra formazione non è mutata nel corso degli anni, eppure è difficile riuscire a far andare d’accordo quattro teste e quattro personalità artistiche differenti. Qual è la formula della vostra sintonia?

Dopo anni noi siamo diventati come fratelli, in effetti, ma anche nelle buone famiglie ci sono gli scontri. Riusciamo ad essere equilibrati, poi, e intelligenti, abbiamo voglia di fare musica e sappiamo che dallo scontro nasce sempre qualcosa di positivo. C’è un grande equilibrio tra di noi. Non c’è una ricetta, il segreto è amare la musica. 

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