Recensioni tarja the brightest void cover

Pubblicato il agosto 31st, 2016 | da Stefano Pellone

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Tarja Turunen: “The shadow self”. La recensione

Tarja Turunen: “The shadow self”. La recensione Stefano Pellone

Summary: Il disco in sé è senza infamia e senza lode come il precedente con un paio di punte di maggior successo ma non riesce a sfondare

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Non esaltante


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“Durante il lungo processo di registrazione delle canzoni per il mio nuovo album “The Shadow Self”, ho realizzato che c’erano troppe tracce per un solo album. Ho così deciso di non tenere niente per me e di condividere tutte le mie nuove canzoni con i fans che mi hanno mostrato il loro affetto e il loro costante supporto.” Queste erano le parole con cui il soprano finlandese Tarja Turunen aveva presentato il precedente disco The Brightest Void”, che aveva preceduto di quasi due mesi questo “The shadow self“, quasi come una sorta di completazione.

Il precedente disco era nato come sorpresa per i fans e doveva contenere materiale registrato ma non incluso poi successivamente nell’album definitivo, come lei stessa ha spiegato nell’inciso che abbiamo riportato qui sopra: peccato che nel nuovo disco siano presenti ben due canzoni dell’album precedente, ovvero “No bitter end“ (addirittura singolo di lancio) e “Eagle eye”. Se poi ci mettiamo anche il fatto che “The shadow self” è composto da solo 11 canzoni e a queste sottraiamo le due già presenti nell’album precedente, non è che l’ascoltatore può essere contento.

Il disco, registrato anche questo per l’etichetta Earmusic e annunciato dal singolo “Innocence“, è composto da undici tracce per 65 minuti di musica (e spiegheremo dopo il perchè). Anche questo album si apre con il singolo che è stato anche lanciato da un video che ha superato le 400.000 visualizzazioni (e che parla del delicato tema della violenza domestica) e anche qui troviamo la tendenza del disco precedente, ovvero un prodotto dove le qualità vocali di Tarja non sono tanto fini a se stesse ma inserite in un contesto più pop e rock e meno metal.

“Demons in you” lascia un attimo basiti all’inizio con il suo funky ma subito dopo ritroviamo il caro vecchio metal con anche alcune aperture al growl mentre “Love to Hate” è un lunghissimo strumentale che ospita la voce di Tarja solo alla fine. Subito dopo, così come nel disco precedente c’era un pezzo non attuale, qui troviamo addirittura una cover, ovvero “Supremacy” dei Muse che, devo ammettere, suona anche abbastanza bene con la Turunen che si destreggia abilmente lì dove Bellamy arriva col suo falsetto.

tarja cover

Tarja – “The shadow self” – Cover

Con “The Living End” esploriamo un nuovo campo per Tarja, ovvero quello del rock scozzese con tanto di cornamuse e aperture orchestrali e corali epiche ma bisogna ammettere che il risultato finale è più che positivo: purtroppo questa canzone è seguita subito dopo da “Diva“, canzone che onestamente non mi ha colpito con la sua aria quasi carnevalesca, e da “Undertaker“, pezzo quasi diametralmente opposto al precedente, grazie alla sua solida struttura metal e al finale strumentale sinfonico e  da film horror.
Calling from the Wild” e “Too Many” risollevano nel finale le sorti del disco con il loro metal senza compromessi e dopo la fine dell’ultimo canzone bisogna attendere quasi tre minuti per la comparsa di una ghost track, un pezzo che parte speed metal, diventa EDM e finisce speed metal. Un delirio completo.

Questa recensione non può essere slegata alla precedente di “The Brightest Void” in quanto i due dischi sono idealmente un tutt’uno e quindi non le slegherò: se il primo disco non mi convinse, purtroppo non ci riesce nemmeno questo. E qui non c’entra un benemerito niente la volonta della Turunen di cambiare strada e carriera musicale rispetto a quella tracciata anni fa insieme ai Nightwish: io oggi contesto il metodo con cui i due dischi sono stati assemblati e messi insieme. Non mi si può dire “qui c’è del materiale non pubblicato” e poi mi trovo due canzoni identiche in entrambi i dischi: non è così che vanno venduti e pubblicizzati dei prodotti, di qualunque natura essi siano. Il disco in sé è senza infamia e senza lode come il precedente con un paio di punte di maggior successo (“Undertaker” e “The living end” tra tutte) ma non riesce a sfondare e lascia un attimo straniti nel capire che tipo di prodotto ci troviamo davanti: nella recensione precedente mi ero dichiarato “curioso di sapere cosa sarà contenuto nell’album vero e proprio”. Ora lo so e il risultato non mi esalta.

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