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Pubblicato il marzo 4th, 2014 | da Stefano Pellone

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Virginiana Miller: “Venga il regno”. La recensione

Virginiana Miller: “Venga il regno”. La recensione Stefano Pellone
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Summary: "Venga il regno" è un disco che riappacifica con la musica italiana e che mostra mille facce

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Sta finalmente avendo il giusto successo “Venga il regno“, sesto e nuovo disco dei Virginiana Miller, gruppo musicale pop-rock italiano originario di Livorno e formatosi nel 1990. Il disco è stato pubblicato il 17 settembre 2013 dall’etichetta Ala Bianca con distribuzione Warner Music.

Il disco, prodotto da Ale Bavo (Casasonica), è stato registrato al SAM Studio di Lari (provincia di Pisa) con la collaborazione al mixaggio di Ivan A. Rossi. L’album è stato anticipato dalla pubblicazione del singolo “Una bella giornata”, accompagnato da un videoclip girato da Tomas Uolli Marcuzzi. Altre anticipazioni del disco sono state fornite dalla pubblicazione di nove one short films, ossia piccoli trailer diffusi sui social network e sul sito ufficiale della band.

La canzone “Tutti i santi giorni“, inserita in questo album, è presente come colonna sonora nel film “Tutti i santi giorni” di Paolo Virzì, ispirato al romanzo di Simone Lenzi, frontman dei Virginiana Miller, intitolato “La generazione”. La canzone si è aggiudicata il David di Donatello come “miglior canzone originale”.

“Venga il regno”, composto da undici canzoni per una durata di 46 minuti, è introdotta dal brano “Due“, una marcia funebre sul mondo attuale e sulla considerazione che abbiamo della felicità, legata troppo agli altri. “Anni di piombo” ha una struttura musicale nervosa e alternative prima della liberazione dettata dal pianoforte e che svela una canzone d’amore, di un amore che va al di là delle paure di una epoca italiana triste e sanguinaria.

Una bella giornata“, brano scelto come singolo promozionale del disco e che è corredato anche da un bel videoclip, è un bel brano rock dal respiro più radiofonico rispetto alla media del disco ed è molto piacevole all’ascolto ma un poco stecca rispetto alla media del disco, media che viene innalzata dalla bellezza di “Pupilla“, una lenta poesia, una piccola perla suggerita dalla voce, dalla chitarra e dal violino.

Virginiana Miler - Venga il regno - Artwork

Virginiana Miler – Venga il regno – Artwork

Il rock sospeso dalle reminescenze rock di “Dal blu” riporta sulla strada dell’alternative rock e del psychedelic rock, grazie anche alla seconda parte piena di echi chitarristici e suoni sospesi: veniamo subito dopo ributtati brutalmente nella realtà odierna con “Lettera di San Paolo agli operai“, spaccato di vita moderna in quartieri residenziali moderni, alveari di vita datati 1978 dove si sovrapponevano Pink Floyd e Partito Comunista, amore universale e cemento, Gesù Cristo ed Enrico Berlinguer, il tutto suonato sotto forma di elegia moderna progressiva in crescendo.

Tutti i santi giorni” è una canzone di rock moderno che parla di amore moderno, di un uomo che promette alla sua donna tutto il tempo che merita per essere vissuta: dalla coppia si passa all’umanità con “Nel recinto dei cani“, brano che fotografa una realtà sociale fatta di cani e di padroni, con i ruoli che si fondono fino a dissolversi ed ad elevarsi, spingendo mentalmente a dei parallelismi con “La fattoria degli animali” di Orwell.

Il disco si avvia verso la chiusura con “Effetti speciali“, un bel pezzo basso e batteria che si candida ad essere uno dei migliori brani di “Venga il regno”: la penultima canzone, “Chic“, è un ritratto di una certa società bene che si confessa su un tappeto elettronico con inserti Papettiani con una parte finale catatonica e rivelatoria come se fosse una attestazione di incapacità. Chiude il disco “L’eternità di Roma“, atto d’amore molto forte verso una città con una citazione dell’Inno di Mameli.

Venga il regno” è un disco che riappacifica con la musica italiana e che mostra mille facce: si apre con la cattiveria di “Due” e si chiude con il disincanto di “L’eternità di Roma”, con in mezzo mille altri volti, da quello dolce e malinconico di “Pupilla” a quello cattivo e crudo di “Nel recinto dei cani”. In questo mezzo ci sono moltissimi spunti di discussione, molte idee, quasi troppe: l’unica pecca del disco forse è proprio questa sua enorme poliedricità, questa sua apertura su mille argomenti, mantenendo l’alternative rock come unica bussola che indirizza l’ascoltatore durante lo svolgersi delle canzoni. Peccato veniale, in fondo. Molto veniale.

 

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