È sempre strano recensire un disco di una band quando sai che quello che stai ascoltando è il loro ultimo capitolo musicale: è stato così in molti altri casi e lo è anche per questo “Yellowcard“, decimo e ultimo album della omonima band americana, prodotto dalla Hopeless Records (e mai nome di casa discografica sembrò più a tema).

Il disco era stato annunciato nel febbraio di quest’anno, quando la band aveva fatto sapere di aver firmato di nuovo un contratto discografico con la Hopeless Records e di aver cominciato a lavorare sul nuovo disco negli studi di registrazione The Lone Tree Recording nati grazie ad un progetto di crowdfunding del frontman Ryan Key. L’uscita del disco è stata confermata su Twitter a giugno: nello stesso mese però la band ha annunciato che il prossimo sarebbe stato sia il loro ultimo disco insieme che il loro ultimo tour insieme con queste parole: “Per piacere venite a sentirci nel nostro ultimo viaggio intorno al mondo. Speriamo di dividere queste ultime emozioni con tutti voi.” (Per inciso, il tour si concluderà nel febbraio del 2017 con Jimmy Brunkvist dei Like Torches alla batteria).

La foto scelta come copertina del disco (e scattata dal chitarrista Ryan Mendez) direi che fotografa a pieno il momento della band: una casa solitaria in campagna con un albero affianco e niente altro attorno, uno scenario che può rappresentare nello stesso momento una estrema pace o una estrema desolazione. Credo che questo sia il sentimento che affolla la mente e i cuori di chi ha amato questo gruppo nato nel 1997 in Florida da un’idea di alcuni amici che decisero di darsi un nome buffo a simboleggiare il “cartellino giallo” che ognuno di loro beccava quando commetteva qualcosa di stupido durante una festa delle superiori. Ne sono passati di anni dai tempi in cui attorno a Sean Mackin (violinista e ultimo membro rimasto della band originaria) si sono riuniti il chitarrista Ryan Key, il secondo chitarrista Ryan Mendez e il bassista Josh Portman per rendere possibile questo ultimo capitolo della saga degli Yellocard.

Alcune delle canzoni del disco non sono figlie di questa sessione di registrazione, va detto ad onor del vero: la settima traccia “Empty Street” appartiene al gruppo a Big If (di cui l’ex bassista Sean O’Donell e il frontman Ryan Key facevano parte) ed è datata 009, così come l’ottava canzone, “I’m a Wrecking Ball“, originariamente era una demo registrata nel 2008 da Key, Ryan Mendez e il leader degli Inspection 12 Dan McLintock. Ma credo che questo poco conti, allo stato attuale delle cose.

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Yellowcard – “Yellowcard” – Cover

Il primo singolo scelto per promuovere il disco è la prima traccia, “Rest in Peace“, titolo quanto mai azzeccato per tutta l’opera: ascoltando il disco si può dire che il gruppo ha abbandonato il punk rock scanzonato degli esordi e ha virato verso un ritmo più lento e triste, più meditato e maturo, come dimostrano anche le successive “What Appears” e “Got Yours“. Un pizzico della vecchia magia ritorna con “A Place We Set Afire“, un bel rock lento e coinvolgente che fa venire in mente un telefilm come Scrubs e quelle atmosfere scanzonate di amicizia e divertimento senza pensieri, e con “Savior’s Robes“, un brano in perfetto stile punk rock dal caratteristico bridge musicale, molto lento e dilatato.

Leave a Light On” è la ballad del disco, molto bella e d’atmosfera con il finale orchestrale che riempie il tutto di una luce triste e il violino di Mackin a dare il colpo di grazia: subito dopo troviamo il seconso singolo, “The Hurt Is Gone“, canzone molto particolare da strada con il suo ritmo incalzante in cui il violino di Mackin riesce a piazzare la zampata vincente nel finale. Nonostante siano antecedenti, sia “Empty Street” che “I’m a Wrecking Ball” si inseriscono in maniera fantastica nel contesto complessivo del disco che si conclude con “Fields & Fences“, la canzone più lunga del disco.

Proprio da “Fields & Fences” voglio partire per finire questa recensione: ascoltandola mi è venuta subito in mente la scena finale di un telefilm che molti della mia età o hanno seguito o ne hanno sentito parlare, “Six feet under”. Le ultime scene di questa serie televisiva vanno avanti nel futuro e spiegano come sarebbero vissuti e morti tutti i protagonisti del telefilm, con tanto di coccodrillo e di scene strazianti (almeno per chi lo ha visto). Ebbene, ascoltando questo ultimo brano degli Yellowcard ho avuto addosso la stessa identica sensazione di quando guardai per la prima volta quei sei minuti e mezzo (la canzone era “Breathe me” di Sia), una sensazione di stranimento e di tristezza perché sapevi che qualcosa di cui eri stato testimone era finito e tu non potevi farci niente. E’ la stessa sensazione che ho provato ascoltando questo disco. Quindi c’è poco da aggiungere tranne che siamo al momento dei saluti. See you, Yellowcard.

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