Matt Bellamy | © Jo Hale / Getty Images
Dopo il trionfo delle tre date italiane — due a Torino e una a Roma — il frontman dei Muse, Matt Bellamy, ha rilasciato una dichiarazione che ha fatto il giro del mondo: «Abbiamo dovuto corrompere diverse persone a Roma per migliaia di euro, per ottenere i permessi per i nostri fuochi artificiali». Le parole, affidate al tabloid britannico The Sun, hanno acceso un caso diplomatico e sollevato domande scomode sulla burocrazia italiana legata agli eventi live. Un’accusa diretta, senza filtri, che ancora oggi — a distanza di anni — torna ciclicamente al centro del dibattito ogni volta che si parla di concerti internazionali in Italia.
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L’accusa di Matt Bellamy: «Tangenti a Roma per i fuochi artificiali»
Lo show dei Muse è da sempre uno dei più spettacolari del circuito rock mondiale: scenografie imponenti, effetti laser e, soprattutto, un imponente gioco pirotecnico che trasforma ogni arena in un set cinematografico. È proprio per quei fuochi d’artificio che, secondo Bellamy, sarebbero sorti i problemi romani. Il cantante e chitarrista non ha usato mezzi termini nell’intervista al The Sun: «Abbiamo dovuto chiamare l’ambasciata inglese e discutere con dei diplomatici», ha raccontato, aggiungendo che portare in giro per stadi e arene il loro show significa scontrarsi regolarmente con ostacoli imprevisti: «Tutte le volte abbiamo dei problemi: abbiamo commercialisti e legali che devono discutere con ogni tipo di ente locale, polizia e promoter».

La burocrazia italiana e i permessi per i concerti: un nodo irrisolto
Mettere in piedi uno spettacolo come quello dei Muse non è cosa semplice, e non lo è in nessun Paese. Ottenere le autorizzazioni necessarie richiede il rispetto di una burocrazia articolata e trattative con le autorità locali, in particolare per i fuochi d’artificio, che prevedono permessi specifici di ordine pubblico. Non è un dettaglio marginale: a Coventry, in Inghilterra, lo stadio aveva preso fuoco proprio durante le prove del live dei Muse, episodio che rende comprensibile la severità dei controlli. Ma Bellamy, nell’intervista, va oltre la semplice lamentela procedurale e descrive un sistema che, almeno nella sua esperienza romana, avrebbe richiesto pagamenti illeciti per sbloccare l’iter: «Quando vuoi fare una cosa simile e sei lontano da casa è una cosa grossa. È una bella grana. Diventa terribilmente costoso. Sbalorditivo quanto. Siamo a un punto in cui diventa inutile nascondere le cose. Perché potremmo andare in bancarotta».
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La risposta di Vivo Concerti: «Tutto regolare»
Vivo Concerti, l’organizzatore del tour dei Muse in Italia, ha risposto con una nota ufficiale che smentisce qualsiasi irregolarità: «Rispetto a quanto riportato da vari organi di stampa, la licenza è stata concessa dalle autorità competenti dopo le opportune verifiche che hanno dimostrato che tutto era sicuro e regolare e dopo aver puntualmente messo in atto ed ottemperato ad ogni disposizione di sicurezza e accorgimento tecnico richiestoci, come è successo in tutte le altre città». Una risposta netta, che però non scioglie il nodo centrale: le parole di Bellamy erano uno sfogo estemporaneo o la punta di un iceberg che riguarda più in generale il sistema dei grandi eventi live in Italia?
Perché la vicenda resta rilevante oggi
Letto dentro il settore, il caso Muse-Roma non è mai stato davvero archiviato. Sulla carta si tratta di una dichiarazione rilasciata in un’intervista a un tabloid, difficile da verificare e priva di riscontri giudiziari. Nella pratica, però, ha alimentato un dibattito che coinvolge promoter, istituzioni e artisti internazionali: quanto costa davvero portare un grande show in Italia? E quanto di quel costo è legato a inefficienze burocratiche o, peggio, a dinamiche opache? La questione torna d’attualità ogni volta che un tour mondiale salta una data italiana o che un artista sceglie di non includere Roma o Milano nel proprio itinerario europeo. Il mercato dei concerti in Italia vale oggi cifre importanti — e proprio per questo merita risposte chiare.
FAQ: Muse, Bellamy e le accuse di tangenti a Roma
- Cosa ha dichiarato esattamente Matt Bellamy sulle tangenti a Roma?
- In un’intervista al tabloid britannico The Sun, Bellamy ha affermato che i Muse hanno dovuto pagare tangenti per migliaia di euro a Roma per ottenere i permessi necessari ai fuochi artificiali del loro show. Ha anche detto di aver dovuto coinvolgere l’ambasciata britannica e diplomatici inglesi per risolvere la situazione.
- Vivo Concerti ha smentito le accuse?
- Sì. L’organizzatore italiano del tour ha dichiarato che tutte le licenze sono state ottenute regolarmente dalle autorità competenti, nel rispetto di ogni disposizione di sicurezza.
- Ci sono stati procedimenti legali in seguito alle dichiarazioni di Bellamy?
- Non risultano procedimenti giudiziari avviati in seguito alle dichiarazioni del frontman dei Muse. La vicenda è rimasta sul piano delle dichiarazioni pubbliche senza sviluppi processuali noti.
- Perché questa storia torna di attualità?
- Il caso viene periodicamente citato nel dibattito sulla burocrazia italiana legata ai grandi eventi live e sulle difficoltà che i tour internazionali incontrano nel nostro Paese, rendendolo un riferimento ricorrente per chi lavora nel settore.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
