Ravello Festival 2026: Jordi Savall porta l’Orfeo di Monteverdi nel Giardino di Klingsor
L’11 luglio 2026, alle ore 20:00, il Belvedere di Villa Rufolo ha ospitato uno degli appuntamenti più attesi della 74ª edizione del Ravello Festival: la esecuzione in forma di concerto dell’Orfeo di Claudio Monteverdi, diretta da Jordi Savall alla guida di Le Concert des Nations e della Capella Reial de Catalunya. Con Sara Mingardo e Furio Zanasi tra i solisti, questo Ravello Festival Orfeo ha rappresentato un incontro raro tra uno dei luoghi più suggestivi del panorama culturale italiano e uno degli interpreti più autorevoli della prassi storica a livello internazionale. Non è un caso che la serata abbia immediatamente catalizzato l’attenzione di appassionati e addetti ai lavori: sulla carta, le premesse erano di quelle che non si dimenticano facilmente.
Villa Rufolo e il mito del Giardino di Klingsor
Per capire il peso simbolico di questa serata, bisogna prima capire il luogo. Il Belvedere di Villa Rufolo, a Ravello, non è semplicemente uno spazio all’aperto con vista sul golfo di Salerno: è uno dei siti più carichi di suggestione letteraria e musicale dell’intera penisola. Richard Wagner, in visita a Ravello nel 1880, rimase così colpito dalla bellezza dei giardini della villa da riconoscervi il modello per il giardino di Klingsor nel suo Parsifal. Da allora, quel Belvedere porta con sé una doppia identità: è al tempo stesso un balcone sul Mediterraneo e uno spazio mitologico, sospeso tra realtà e immaginazione.
Portare l’Orfeo di Monteverdi in questo contesto non è una scelta neutrale. Il mito di Orfeo — il poeta che scende agli Inferi per riportare in vita Euridice — risuona in modo particolare in un luogo che Wagner stesso aveva trasformato in scenografia dell’aldilà. Il dialogo tra i due miti, quello monteverdiano e quello wagneriano, si è dispiegato silenziosamente nella serata dell’11 luglio, lasciando al pubblico il compito di cogliere le connessioni.
L’Orfeo di Monteverdi: quattrocento anni di storia viva
L’Orfeo di Claudio Monteverdi è un’opera che non ha bisogno di presentazioni, eppure vale la pena ricordarne la portata storica. Composta su libretto di Alessandro Striggio, fu eseguita per la prima volta a Mantova nel 1607, in occasione del carnevale di corte. Siamo agli albori del teatro musicale moderno: l’Orfeo è spesso indicato come la prima opera in musica della storia a possedere una vera e propria struttura drammaturgica compiuta, con un’orchestra di dimensioni inusitate per l’epoca e un trattamento della voce che anticipa secoli di sviluppo operistico.
Quattrocentodicianove anni dopo la sua prima rappresentazione, la partitura continua a porre sfide interpretative di enorme complessità. Come si suona Monteverdi nel 2026? Quali strumenti, quali tempi, quale equilibrio tra voce e orchestra? Queste domande non hanno una risposta univoca, e proprio per questo ogni nuova produzione — anche in forma di concerto — aggiunge un tassello al dibattito.
Jordi Savall e la scuola dell’interpretazione storicamente informata
Jordi Savall è, letto dentro il settore, una figura che non ha bisogno di aggettivi. Gambista catalano di formazione, fondatore di Le Concert des Nations e della Capella Reial de Catalunya, Savall è da decenni uno dei punti di riferimento mondiali per l’interpretazione storicamente informata del repertorio antico e barocco. La sua presenza al Ravello Festival con l’Orfeo di Monteverdi è il risultato di un percorso artistico coerente e profondamente radicato nella ricerca musicologica.
Le Concert des Nations, l’ensemble strumentale fondato da Savall nel 1989, lavora su strumenti d’epoca o copie storicamente accurate, con un’attenzione costante alle fonti originali. La Capella Reial de Catalunya, il suo ensemble vocale, porta avanti la stessa filosofia sul versante corale. Insieme, i due gruppi formano un organico capace di restituire le sonorità del primo Seicento con una coerenza stilistica difficile da trovare altrove nel panorama internazionale. Per approfondire il profilo artistico di Savall e delle sue formazioni, il sito ufficiale Alia Vox offre una documentazione completa della sua discografia e delle sue attività.
I solisti: Sara Mingardo e Furio Zanasi
Accanto a Savall, la serata ha visto protagonisti due cantanti di primissimo piano nel repertorio antico. Sara Mingardo è un contralto veneziana la cui carriera si è sviluppata principalmente nel repertorio barocco e nel repertorio sacro: la sua voce, di colore scuro e di grande profondità espressiva, è da anni un riferimento nel panorama del canto antico internazionale. Furio Zanasi, baritono milanese, è anch’egli una presenza consolidata nel repertorio monteverdiano e più in generale nel teatro musicale del Seicento. La sua dizione e la sua capacità di costruire personaggi vocalmente complessi lo rendono una scelta naturale per le produzioni di questo livello.

In una esecuzione in forma di concerto — senza costumi, senza scena, senza regia — il peso della comunicazione drammaturgica ricade interamente sulle voci e sull’orchestra. Non c’è quinta teatrale che venga in soccorso: l’emozione deve nascere dalla musica stessa, dalla qualità del suono, dalla precisione degli accenti, dalla capacità dei cantanti di far vivere i personaggi attraverso la sola forza della voce. Guardando il contesto, la scelta di Mingardo e Zanasi risponde esattamente a questa esigenza.
La forma di concerto: una scelta, non una rinuncia
Vale la pena soffermarsi sulla decisione di presentare l’Orfeo in forma di concerto. Nel dibattito contemporaneo sull’opera antica, la forma di concerto è spesso percepita come una soluzione di compromesso rispetto alla messa in scena tradizionale. In realtà, per un repertorio come quello monteverdiano, la forma di concerto può essere una scelta consapevole e persino preferibile: libera la musica dal peso di una regia che rischia di sovrascrivere la partitura, e permette all’ascoltatore di concentrarsi sulla struttura sonora e drammaturgica del testo originale.
Al Belvedere di Villa Rufolo, poi, la forma di concerto acquista un significato ulteriore. Il paesaggio — il golfo, il cielo, la luce del tramonto costiero — diventa esso stesso una scenografia, forse la più potente che si possa immaginare. Il pubblico seduto di fronte a quell’orizzonte non ha bisogno di fondali dipinti: l’ambientazione naturale fa il lavoro che in teatro spetterebbe al direttore artistico.
Il Ravello Festival alla sua 74ª edizione
Il concerto dell’11 luglio si inserisce nella 74ª edizione del Ravello Festival, una delle rassegne musicali estive più longeve e prestigiose d’Italia. Fondato nel 1953, il festival ha costruito nel tempo una identità precisa: un programma che privilegia la qualità artistica rispetto alla spettacolarità mediatica, e che sa coniugare la grande musica sinfonica con il repertorio cameristico e con le produzioni di teatro musicale. La scelta di affidare una delle serate centrali a Jordi Savall con l’Orfeo di Monteverdi è coerente con questa tradizione: non un colpo d’occhio, ma una proposta di profondità.
Per chi volesse approfondire il programma completo della 74ª edizione, la Fondazione Ravello mette a disposizione sul proprio sito ufficiale il calendario completo degli eventi, con tutte le informazioni su biglietti, orari e artisti coinvolti.
Un appuntamento che interroga il presente
Al di là dei numeri — la 74ª edizione, il 1607 come anno di nascita dell’opera, i secoli di storia che separano Monteverdi dal nostro presente — ciò che rende questo Ravello Festival Orfeo un evento degno di attenzione è la domanda che pone al pubblico contemporaneo. In un’epoca in cui il teatro musicale si interroga costantemente sul proprio futuro, sulla propria capacità di parlare a generazioni che non hanno cresciuto con la tradizione operistica, Jordi Savall propone una risposta che va nella direzione opposta alla modernizzazione a tutti i costi: tornare alle fonti, con rigore e con rispetto, e fidarsi della capacità della musica di comunicare attraverso i secoli senza bisogno di aggiornamenti forzati.
È una scommessa che non funziona sempre, e che richiede interpreti di altissimo livello per non trasformarsi in esercizio accademico fine a se stesso. Con Savall, Mingardo, Zanasi e le due formazioni che da decenni lavorano insieme su questo repertorio, le condizioni per far funzionare quella scommessa c’erano tutte. Il Belvedere di Villa Rufolo, con la sua storia e la sua bellezza, ha fatto il resto: ha trasformato una serata di musica antica in un’esperienza che appartiene al tempo presente, viva e necessaria come lo era la partitura di Monteverdi quattrocento anni fa.
Quello che resta, dopo una serata come questa, è la consapevolezza che il patrimonio musicale del passato non è un archivio da conservare sotto vetro, ma un repertorio capace di generare emozioni autentiche quando viene affidato alle mani giuste, nel luogo giusto, al momento giusto. Il Ravello Festival lo sa da settantaquattro anni. E continua a dimostrarlo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
