C’è un angolo della storia musicale italiana che ancora oggi resiste alla luce dei riflettori: la musica strumentale per pianoforte dell’Ottocento. Mentre il melodramma occupava palchi e immaginari collettivi, compositori come Giuseppe Unia, Carlo Rossaro e Alessandro Longo scrivevano sonate che nessuno suonava più da decenni. Il pianista e ricercatore Massimiliano Génot ha deciso di cambiare questa situazione, raccogliendo tre di queste opere nel CD Sonate per pianoforte, pubblicato da Tactus nell’ambito del suo dottorato in musica pianistica italiana presso il Conservatorio di Rovigo.
Un repertorio rimasto nell’ombra dell’opera
La questione di fondo è storica prima ancora che musicologica. Nel corso dell’Ottocento, la sonata per pianoforte era percepita come territorio quasi esclusivo dei compositori tedeschi e francesi. Beethoven, Schubert, Chopin, Schumann: erano loro i protagonisti del genere. Gli italiani, nella percezione comune — e spesso anche in quella critica — erano confinati all’opera lirica, al canto, al teatro. Questa divisione non era solo una questione di gusto: aveva ricadute concrete sul mercato editoriale, sulla circolazione dei manoscritti, sulla didattica conservatoriale.
Il risultato è che le sonate per pianoforte dell’Ottocento italiano sono rimaste per lo più inedite o dimenticate, sepolte negli archivi. Génot le ha cercate, studiate e ora le porta in sala di registrazione con una prospettiva che unisce rigore accademico e sensibilità esecutiva. Non si tratta di un gesto puramente antiquario: il disco pone domande reali su cosa significhi appartenere a una tradizione musicale e su quanto di quella tradizione sia andato perduto per pigrizia storiografica.
Tre compositori, tre voci di un’Italia strumentale dimenticata
Il programma del CD costruisce un arco cronologico che copre quasi un secolo. Giuseppe Unia (1818–1871) apre il percorso con la sua Appassionata in re minore op. 148, datata 1863. Il titolo richiama inevitabilmente Beethoven, ma il contenuto è più complesso: il primo tema della sonata deriva dal Lied di Schubert Aufenthalt, un prestito che rivela quanto Unia fosse immerso nella cultura musicale germanica. E non è una coincidenza: Unia aveva studiato con Johann Nepomuk Hummel, pianista e compositore di scuola viennese, erede diretto della tradizione classica. Quella formazione lascia un’impronta chiara nella scrittura pianistica, densa e strutturata, lontana dall’ornamentalismo che spesso si associa alla musica italiana del periodo.
→ Leggi anche: Aspromonte e Arsenale Sonoro leggono la notte scarlattiana in Vieni o notte
Carlo Rossaro (1827–1878) rappresenta una figura intermedia, compositore attivo in un momento in cui il pianoforte stava diventando strumento borghese per eccellenza, presente nei salotti come nelle sale da concerto. La sua sonata inserita nel programma di Génot contribuisce a delineare un paesaggio stilistico variegato, dove le influenze nordeuropee si mescolano con sensibilità melodiche proprie della tradizione italiana.
Chiude il cerchio Alessandro Longo (1864–1945), figura nota soprattutto per il suo monumentale lavoro di edizione delle sonate di Domenico Scarlatti — un’impresa che ha segnato la musicologia del Novecento. Meno nota è la sua produzione originale, e il CD di Génot offre l’occasione di ascoltare Longo non come curatore ma come compositore, con una voce propria che attraversa il confine tra Ottocento e primo Novecento.
Génot come pianista-ricercatore: un metodo che cambia l’esecuzione
Il progetto di Massimiliano Génot non nasce da una semplice curiosità discografica. È inserito in un percorso di dottorato dedicato specificamente alla musica pianistica italiana dell’Ottocento, un campo che richiede competenze che vanno ben oltre la tecnica esecutiva: paleografia musicale, storia degli stili, analisi delle fonti, confronto tra edizioni. Questo approccio ha conseguenze dirette sul modo in cui le sonate vengono suonate.
Un pianista che ha lavorato sulle fonti primarie non si limita a leggere un’edizione moderna: conosce le varianti, capisce le scelte editoriali, sa dove il testo è stato normalizzato rispetto all’originale. Nel caso di compositori come Unia, Rossaro e Longo — la cui musica non ha mai avuto una tradizione esecutiva consolidata nel Novecento — questa competenza diventa essenziale. Non c’è una «prassi esecutiva» tramandata da insegnante ad allievo. Génot deve costruirla partendo dai materiali storici, e il disco è anche la documentazione di quel processo.
→ Leggi anche: Palermo: il Teatro Massimo celebra Ennio Morricone tra Tornatore e la Sicilia
La scelta di pubblicare con Tactus, etichetta italiana specializzata in musica antica e in repertori poco frequentati, è coerente con questa impostazione. Tactus non è un marchio da classifica: è un catalogo costruito su criteri musicologici, pensato per un pubblico che cerca la scoperta più che la conferma di un repertorio già noto.
Cosa significa riscoprire le sonate per pianoforte dell’Ottocento italiano oggi
Il lavoro di Génot si inserisce in un movimento più ampio di rivalutazione della musica strumentale italiana del XIX secolo. Per decenni, la storiografia musicale ha trattato quel periodo come un vuoto tra il classicismo e il verismo, riempito soltanto dal melodramma. In realtà, compositori come quelli presenti in questo CD stavano dialogando attivamente con la cultura musicale europea, assorbendo Hummel, Schubert, il romanticismo tedesco, e reinterpretandolo in chiave italiana.
Capire questo significa riscrivere una parte della storia musicale nazionale. Le sonate per pianoforte dell’Ottocento italiano non sono curiosità da museo: sono documenti di una cultura musicale plurale, che non si riduceva all’opera anche quando l’opera dominava il mercato. Ascoltare oggi la Appassionata di Unia con il tema rubato a Schubert — o studiare come Longo costruiva le proprie forme sonata mentre catalogava quelle di Scarlatti — è un modo per capire come funzionavano davvero la circolazione delle idee e la formazione dell’identità musicale in un’Italia ancora frammentata politicamente ma già connessa alle reti culturali europee.
Per approfondire il disco e leggere l’analisi dettagliata delle singole opere, il riferimento principale resta la recensione su Le Salon Musical, che ripercorre il contenuto del CD con attenzione alle scelte interpretative di Génot. Il disco, in ogni caso, parla da solo: è uno di quei lavori che giustificano l’esistenza di un’etichetta specializzata e di un ricercatore disposto a scavare negli archivi prima ancora di sedersi al pianoforte.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
