Springsteen & I - Artwork
Springsteen & I rappresenta tutto quello che Springsteen non è. È questa, in sintesi, la tesi che vale la pena difendere parlando del film-documentario diretto da Baillie Walsh e prodotto da Ridley Scott: un progetto che sulla carta prometteva di raccontare il legame unico tra Bruce e il suo pubblico, e che invece si arena in un fanatismo di superficie, mancando completamente il bersaglio. Trasmesso in contemporanea in 50 Paesi nel mondo — con una serata che poi si è moltiplicata in tre appuntamenti — il film ha fatto parlare di sé già prima dell’uscita, complice il nome di Ridley Scott, il regista de Il Gladiatore. Peccato che, seduti comodamente in sala, la noia faccia da padrona per buona parte della proiezione.
Il progetto: tre milioni di filmati, un’ora e un quarto di risultato
L’idea di partenza non è banale. Walsh ha dichiarato di essersi ispirato a Life in a Day, il progetto collettivo di YouTube che raccoglieva spezzoni di vita quotidiana da tutto il mondo. Applicare lo stesso principio alla figura di Springsteen — chiedere ai fan di inviare i propri video, le proprie storie, i propri momenti vissuti con la sua musica — è un’intuizione che letto dentro il settore potrebbe funzionare. Il materiale grezzo raccolto supera i tre milioni di clip. Il risultato finale è un’ora e un quarto di pellicola.
Queste le parole di Baillie Walsh in occasione della presentazione del documentario Springsteen & I:
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Impazzii per «Life in a Day». È internet che ha permesso la creazione di questo film e l’idea di utilizzare la tecnologia in questa direzione mi ha ispirato per questo film-documentario.
Sull’idea nulla da dire, sia chiaro, così come sulle tecniche di montaggio. Quello che ci si aspetta — complice il trailer disponibile in rete — è un quadro generale della situazione, non un sunto: un lavoro capillare capace di mostrare al pubblico, non solo ai fan, cosa rappresenta davvero la musica di Springsteen (sforziamoci di non chiamarlo Boss). Quello che si vede, invece, è il fanatismo più spiccio: collezionisti che gareggiano su chi lo segue da più tempo, chi ha più materiale. Un campionario di ossessione, non di amore.
Springsteen & I: quello che Springsteen non è, spiegato scena per scena
Il punto centrale della critica a Springsteen & I è proprio questo: il film non riesce a restituire l’alchimia reale tra Bruce e il suo pubblico. Tutto quello che ruota attorno a quella relazione speciale — la capacità di Springsteen di trasformare un concerto in un rito collettivo, di far sentire ogni spettatore protagonista — è assente dalla pellicola. Walsh insegue il fanatismo invece di raccontare l’umanità.
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Eppure qualche eccezione c’è, e vale la pena segnalarla. Il musicista di strada squattrinato che ha avuto il piacere di suonare con Bruce dopo un incontro fortuito è uno dei momenti più autentici del film: «Dicono che tutti nella vita hanno i loro 15 minuti di popolarità. Beh io ne ho avuti in eccesso: abbiamo suonato insieme per 15 minuti e 17 secondi». Ecco il lato umano del più grande performer attualmente in circolazione. Ecco quello che il documentario avrebbe dovuto cercare con più determinazione.

I momenti che funzionano (e sono pochi)
Le note positive, comunque, non mancano. Una coppia che organizza una «vacanza Bruce» e si ritrova al Madison Square Garden in prima fila dopo un incontro fortuito con qualcuno dell’entourage di Springsteen. Il ragazzo che prepara un cartello con scritto «Bruce sono stato lasciato dalla mia ragazza»: il cartello finisce sul palco, Bruce invita il giovane a salire per un abbraccio semplice e sentito, e sulle note di «I’m Going Down» gli ripete — così come a tutti — «Everything’s gonna be alright». Qui ci avviciniamo a quello che conta.
Anche alcuni brani proposti sul finale, tratti dal concerto ad Hyde Park, addolciscono la pillola: il duetto con Paul McCartney, la splendida versione di «Because the Night», la versione di «Thunder Road» solo voce e armonica — roba da far accapponare la pelle. Ma sono lampi isolati in un film che non riesce a costruire un racconto coerente.
Perché il documentario fallisce il suo obiettivo
Tutto questo è uno schiaffo inferto gratuitamente alla figura di Springsteen. Springsteen & I — quello che Springsteen non è — uccide il rapporto speciale che esiste tra Bruce e il suo pubblico. Uccide quello che conta. Walsh non ci è riuscito: ha scelto la sfilata di collezionisti invece della storia del musicista di strada, ha preferito il fanatismo all’emozione, la quantità di materiale alla qualità del racconto. Il risultato è un’occasione mancata che, paradossalmente, dice molto su come non si racconta un artista come Springsteen.
FAQ su Springsteen & I
- Chi ha diretto Springsteen & I?
- Il documentario è stato diretto da Baillie Walsh e prodotto da Ridley Scott.
- Quanti fan hanno contribuito al film?
- Walsh ha dichiarato di aver ricevuto oltre tre milioni di clip e materiali inviati dai fan di tutto il mondo, poi ridotti a un’ora e un quarto di pellicola finale.
- In quanti Paesi è stato trasmesso?
- Il film è stato trasmesso in contemporanea in 50 Paesi nel mondo, con una serata che si è poi moltiplicata in tre appuntamenti.
- Perché Springsteen & I è considerato deludente?
- Il documentario non riesce a restituire l’alchimia autentica tra Springsteen e il suo pubblico, privilegiando il fanatismo dei collezionisti rispetto ai momenti umani e musicali che definiscono davvero il rapporto tra Bruce e i suoi fan.
- Ci sono momenti positivi nel film?
- Sì: il musicista di strada che suona con Springsteen per caso, la scena del ragazzo con il cartello al concerto e alcuni brani dal live di Hyde Park — tra cui il duetto con Paul McCartney e «Thunder Road» solo voce e armonica — rappresentano i picchi emotivi della pellicola.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
