Sembra una creatura soprannaturale Ian Anderson, uscito dritto dritto da un libro di fiabe popolari scozzesi.

Salta da una parte all’altra del palco, senza lasciare quasi mai il flauto traverso che per 50 anni è stato il tratto distintivo dei Jethro Tull. La formazione, in tutto questo tempo, è cambiata molte volte, ma Anderson è rimasto. Questo inarrestabile folletto scozzese, alla soglia dei 72 anni, non ha perso il suo carisma e la voglia di suonare.

50 anni di rock progressivo

I Jethro Tull si sono riuniti nel 2017 per celebrare 50 anni di carriera. 50 anni ripercorsi con una carrellata di omaggi e immagini che per tutto il concerto hanno attraversato lo schermo. Televisori vintage si riaccendono per mostrare le immagini sul grande schermo mentre inizia “My sunday feeling“. Da lì in poi il concerto è un viaggio indietro nel tempo, piazza Santissima Annunziata è piena di nostalgici. La musica porta indietro anche chi non c’era negli anni Settanta, Ian Anderson corre qua e là e richiama melodie medievali. A tratti sembra un menestrello, si muove leggero e ripropone la sua posa ormai diventata leggenda: se ne sta su una gamba mentre regala al pubblico il meglio di sé, Anderson è mitologico.

Nel pubblico ci sono moltissimi genitori che hanno portato al concerto i figli adolescenti, pronti ad assistere ad una vera e propria lezione di storia della musica. La formazione attuale dei Jethro Tull è composta da David Goodier (basso), John O’Hara (tastiere), Florian Opahle (chitarra), Scott Hammond (batteria) ma nel corso del concerto non sono mancati degli ospiti speciali… e virtuali. Ian Anderson ha reso omaggio a due ex colleghi, il tastierista John Evans e il bassista Jeffrey Hammond. Sullo schermo sono apparsi anche i saluti di Tony Iommi (Black Sabbath) ma è con Slash che il pubblico ha un secondo prima di esaltarsi e capire che sta per iniziare il brano-simbolo della storia del gruppo: è il momento di “Aqualung“. A questo punto, si sa, il concerto sta per giungere a conclusione ma “Aqualung” si lascia alle spalle pezzi come “A song for Jeffrey”, il blues di “Some day the sun won’t shine for you”, “A new day yesterday”, “Thick as a brick”, “Too old to rock and roll, too young to die”, la splendida “Bourrée” di Bach.

La chiusura ci lascia nel 1971, con “Locomotive Breath” lo spettacolo si conclude. A bordo di una locomotiva che si fa metafora della vita e trasportati da una musica in cui Ian Anderson si muove tra passaggi complessi, offrendo al pubblico tutta la sua arte e il suo intramontabile carisma.

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