Un listening in studio tra nastri analogici e una Statua della Libertà che si scioglie nel gelato, simbolo di un’America da ripensare.
Gianna Nannini e Marracash hanno presentato a Milano, nello studio della cantautrice, America Inc., nuova versione di America in uscita il 3 luglio 2026, nata per rileggere oggi un brano che quasi cinquant’anni fa parlava di desiderio, libertà e provocazione, mentre il mito americano appare, nelle parole dei due artisti, più fragile e meno desiderabile.
Gianna Nannini e Marracash insieme per America Inc.
Nello studio milanese di Gianna Nannini, tra nastri originali, caldo estivo e un’aria condizionata fuori uso — “ve l’avevo detto che era rotta”, ha scherzato lei entrando — prende forma il racconto di America Inc., rifacimento di America con la partecipazione di Marracash e la produzione di Dardust. Il brano, in uscita il 3 luglio, riparte da uno dei pezzi più riconoscibili del repertorio della cantautrice senese, pubblicato alla fine degli anni Settanta e diventato negli anni un simbolo di libertà personale e sessuale. “Volevo fare qualcosa che spaccava”, ha spiegato Nannini. “Chi chiami quando vuoi spaccare? Uno che dice la verità”. Marracash, da parte sua, ha ammesso di aver avuto “un po’ paura” a mettere mano a una canzone così centrale: “C’era il rischio di compromettere l’originale, invece è uscita bene. Dardust ha mantenuto lo spirito punk”. Non è il primo contatto tra i due: ai tempi di King del Rap, il rapper aveva chiesto l’autorizzazione per campionare Fotoromanza. “È tutto un fotoromanzo”, ha ribattuto Nannini, con quel tono che mescola battuta e memoria. La nuova versione, ha raccontato la cantante, è stata costruita partendo dai master originali, non da materiali recuperati in rete: “Ho ricantato tutto, i campionamenti sono veri. Abbiamo giocato, ma anche discusso”.
Dal sogno americano alla Statua della Libertà che si scioglie
La copertina di America Inc. mostra una Statua della Libertà che si squaglia in una coppetta di gelato, immagine che riassume il cambio di prospettiva rispetto al brano originario. Nel 1979, America era anche uno sberleffo al modello statunitense, con quel vibratore impugnato dalla statua che in Italia fece discutere. “In Italia mi tiravano i pomodori”, ha ricordato Gianna Nannini. “A Milano c’erano i manifesti sui muri e la gente si fermava”. In Germania, però, la canzone trovò un’altra accoglienza: entrò in classifica e portò Nannini a suonare accanto ad artisti internazionali, compreso Elton John. Oggi, secondo Marracash, lo scenario è cambiato: “America era figlia di un momento in cui tutti sognavano di essere lì. La terra della libertà, del sogno. Nel 2026 fa strano vedere un Paese al collasso culturale e sociale. Non è più l’America che uno sogna”. Il rapper richiama anche una sua barra di Crash: “Chi vuole essere più americano a parte i rapper?”. Per Nannini, quel vecchio immaginario si è consumato e il titolo nuovo, America Inc., fotografa un passaggio: non più promessa, ma marchio, potere, industria. “Ora c’è molta più ricerca di identità”, ha detto. E nel discorso entrano anche guerre, propaganda, industria delle armi, fino al ricordo dell’Iraq nel 2003: “Ho visto con i miei occhi quello che succede durante le guerre. Fanno un lavoro mediatico per convincere anche te”.
Libertà, social e musica: il confronto tra rock e rap
Il tema della libertà artistica attraversa tutta la conversazione, con due percorsi diversi ma vicini. Gianna Nannini la definisce come il controllo sulla propria voce: “Vuol dire essere proprietari di quello che crei. Se lo metti in mano ad altri non comandi più niente”. Rivendica le scelte fatte, anche i no, compreso quello a Sanremo, e una carriera costruita fuori dagli obblighi del momento. Marracash porta il discorso sul presente della musica, dove la promozione sembra spesso contare quanto le canzoni: “La libertà per me è potermi permettere il lusso di fare solo musica. Oggi devi andare alle sfilate, in tv, ai reality, fare il giudice. Io non ho iniziato per questo”. Il rapper parla anche del suo rapporto con Barona, quartiere milanese diventato parte della sua identità artistica, e del Block Party organizzato come restituzione a un luogo che lo ha formato: “Ho portato la musica dove la gente non può venire ai concerti, perché oggi i biglietti costano troppo”. Nannini ascolta e annuisce. “Abbiamo il nostro spazio da proteggere”, dice. Poi torna sui talent, sulle carriere brevi, sulla difficoltà di resistere senza svendersi: “Ho preso tante botte. Diventi un San Sebastiano, ma se resisti vuol dire che lo vuoi fare davvero”.
Nastri analogici, carriere lunghe e il concerto di Berlino
Nel confronto tra Gianna Nannini e Marracash emerge anche una riflessione sul modo in cui si fa musica oggi. Lei difende l’analogico, mostra la stanza dei nastri, ricorda Conny Plank che tagliava i master con le forbici e li incollava con lo “scoccino”. “La vibrazione cambia”, ha spiegato. Lui osserva il lato opposto: la musica si è democratizzata, con un telefono si può costruire una hit, ma qualcosa si perde. “In America, prima che parta la voce, c’è un minuto di strumentale. Oggi è impensabile. Dopo sette secondi deve arrivare il refrain”. Il discorso scivola sulle durate imposte dagli algoritmi, sui cataloghi riscoperti dai più giovani, sul repertorio che torna a pesare più della musica nuova. Per Nannini, manca spesso “il tempo di crescere”; per Marracash, il mercato sembra programmare carriere di pochi anni. Eppure entrambi restano legati all’idea di ricerca. Lei parla di Nashville, delle band che registrano insieme, dei tempi dispari del folk recuperati in La differenza. Lui racconta un processo opposto, mentale: scrive solo quando ha già scartato tutto nella testa. Nannini nel 2026 salirà sul palco una sola volta, il 19 settembre a Berlino, in Germania, Paese che considera parte della sua formazione musicale. “Lì c’è stata una specie di iniziazione”, ha confidato. Marracash sorride: “Tanto tu farai musica per sempre”. Lei chiude così, semplice: “Siamo autentici. Non si fa la parte”.
