Marlene Kuntz - Sanremo 2012 | © Daniele Venturelli / Getty images
Ci risiamo. Come ogni anno da ormai sessant’anni a questa parte, preciso e puntuale come solo un orologio svizzero o una cartella esattoriale sanno essere, sta per arrivare nelle nostre case il Festival di Sanremo, il “Festival della musica italiana”. E con lui, puntuali come il cambio di stagione, tornano le polemiche: lo snobismo di Sanremo verso la musica d’autore, quella alternativa, quella che riempie i palazzetti ma che sul palco dell’Ariston fatica a trovare spazio. Da Luigi Tenco agli Afterhours, passando per Vasco Rossi e i Subsonica, la storia del Festival è costellata di brani ignorati, eliminati o finiti all’ultimo posto che oggi consideriamo capolavori.
Ma siamo davvero sicuri che Sanremo abbia sempre snobbato la musica di qualità? Ho studiato il Festival nel corso della sua intera vita per vedere se questa leggenda metropolitana ha un fondamento di verità. E ho scoperto che, dati alla mano, la risposta è più complessa — e più interessante — di quanto si pensi.
Lo snobismo di Sanremo: un fenomeno lungo sessant’anni
Il meccanismo è sempre lo stesso: un artista coraggioso porta all’Ariston qualcosa di nuovo, il pubblico in sala storce il naso, le giurie bocciano, e quella canzone — spesso — diventa un classico. Lo snobismo di Sanremo non è un’invenzione dei social network né una polemica recente: affonda le radici negli anni Sessanta, quando il Festival era già la vetrina più potente della musica italiana e, proprio per questo, il posto più pericoloso dove osare.
Sulla carta, portare un brano fuori dagli schemi a Sanremo è un atto di coraggio enorme. Letto dentro il settore, è anche una mossa rischiosa: la platea dell’Ariston premia la melodia rassicurante, il testo accessibile, l’arrangiamento televisivo. Tutto ciò che esula da questo schema rischia l’eliminazione — o peggio, l’indifferenza.
Da Tenco a Celentano: quando Sanremo bocciava i classici di domani
Partiamo da tanto lontano. Sanremo nei primi anni di vita ha eliminato e messo alla porta fior fiori di canzoni che allora erano considerate troppo nuove. “Il ragazzo della via Gluck” di Adriano Celentano e “E se domani…” di Mina (cantata per l’occasione da Fausto Cigliano e Gene Pitney) sono due esempi lampanti: brani che il Festival non seppe riconoscere e che la storia ha consacrato.
Sotto la scure dell’eliminazione sono incappati anche Giorgio Gaber, Franco Fanigliulo, e soprattutto “Ciao Amore Ciao” di Luigi Tenco, forse il caso più tragico e simbolico dell’intera storia del Festival. La canzone fu eliminata nella notte tra il 26 e il 27 gennaio — una data che ha segnato per sempre il rapporto tra Sanremo e la musica d’autore.
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Gli anni Ottanta: Vasco, Zucchero e gli Stadio fuori dai giochi
Il decennio successivo non fu più clemente. I Decibel di Enrico Ruggeri, Vasco Rossi con la sua “Vita spericolata” (eliminata e poi diventata un inno generazionale), Zucchero con “Donne”, gli Stadio con “Canzoni alla radio”: tutti bocciati, tutti poi rivalutati dal tempo e dal pubblico. A questi si aggiungono “Dietro la porta” di Cristiano De Andrè, Eduardo de Crescenzo con la celeberrima “Ancora” e Sergio Caputo con il suo “Garibaldi innamorato”. La lista sarebbe davvero lunghissima.
Lo snobismo di Sanremo nell’era digitale: da Tenco agli Afterhours
Con l’avvento dei social network e della musica digitale la cosa non è migliorata. Se è vero che sono state eliminate o snobbate canzoni di gruppi “moderni” come Subsonica, Negrita, Afterhours, Bluvertigo e Timoria, allora il problema non è generazionale: è strutturale. Il Festival fatica a metabolizzare la musica che non suona già familiare, indipendentemente dall’epoca.
Gli Afterhours di Manuel Agnelli portarono all’Ariston “Il paese è reale”, un brano che raccontava un’Italia in crisi con un linguaggio rock abrasivo e diretto. Risultato? Eliminati. Eppure quella canzone rimane uno dei documenti musicali più onesti di quegli anni. I Marlene Kuntz con “Canzone per un figlio” vissero un’esperienza simile: accolti con rispetto ma mai davvero compresi da un meccanismo che premia la forma sulla sostanza.

La playlist dei dimenticati: i brani che Sanremo non ha saputo premiare
Leggendo e spulciando anni di cronache festivaliere mi sono fatto un piccolo CD ideale con le canzoni eliminate o finite ultime di artisti che riempiono — o riempivano — i palazzetti e che hanno rappresentato la musica alternativa italiana. Quella musica tanto coraggiosa e tanto invocata a Sanremo quanto poi maltrattata e messa alla porta.
Prima di lasciarvi alla lista, vale la pena ricordare le parole di Fabrizio De Andrè, uno dei cantautori che più ha riflettuto sul rapporto tra musica d’autore e Festival:
Questi sono i veri eroi della canzone italiana. Non io, i Dalla, i De Gregori, i Bennato, che facciamo i baroni della canzone nelle nostre torri d’avorio. Chi ha il coraggio di venire qui, in questo macello, perché non ha altro modo di lanciare il suo lavoro, è da ammirare veramente. I cantautori come me e i miei colleghi non rischiano mai. D’ora in poi saprò cosa rispondere a chiunque, credendo di essere alla moda, parla o scrive male del Festival di Sanremo.
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Parole che suonano attuali oggi come il giorno in cui furono pronunciate. Perché lo snobismo di Sanremo, da Tenco agli Afterhours, non è mai stato solo una questione di gusti: è il riflesso di una tensione irrisolta tra il Festival come rito collettivo e la musica come atto di ricerca.
Lista canzoni dei brani ignorati o eliminati dal Festival:
- Tutti i miei sbagli (Subsonica)
- L’assenzio (Bluvertigo)
- Lavoro inutile (Omar Pedrini)
- Ovunque andrò (Le Vibrazioni)
- Mentre tutto scorre (Negramaro)
- Aria (Daniele Silvestri)
- L’uomo che ride (Timoria)
- Un po’ di tempo (Maurizio Lauzi)
- Confusa e felice (Carmen Consoli)
- Voglio un Dio (Petra Magoni)
- Rospo (Quintorigo)
- Una musica può fare (Max Gazzè)
- Nutriente (Moltheni)
- Nascosto dietro un vetro (Velvet)
- Tonight (Negrita)
- Solo un sogno (Pacifico)
- Appena prima di partire (Zero Assoluto)
- Il paese è reale (Afterhours)
- Canzone per un figlio (Marlene Kuntz)
FAQ: lo snobismo di Sanremo, da Tenco agli Afterhours
Qual è il caso più famoso di canzone ignorata da Sanremo?
Il caso più emblematico rimane quello di Luigi Tenco e “Ciao Amore Ciao”, eliminata nella notte del 27 gennaio e diventata simbolo del conflitto tra la musica d’autore e le logiche del Festival. A seguire, “Vita spericolata” di Vasco Rossi, bocciata e poi diventata un inno generazionale.
Gli Afterhours hanno davvero partecipato a Sanremo?
Sì. Gli Afterhours di Manuel Agnelli parteciparono al Festival con “Il paese è reale”, un brano rock duro e diretto che non riuscì a imporsi nelle classifiche della kermesse ma che rimane uno dei pezzi più significativi della loro discografia e della musica italiana alternativa.
Perché Sanremo tende a ignorare la musica alternativa?
Il meccanismo del Festival — voto della giuria, del pubblico televisivo e della sala stampa — tende storicamente a premiare brani immediatamente accessibili e melodicamente rassicuranti. La musica alternativa, per sua natura, richiede ascolti ripetuti e un contesto diverso dalla diretta televisiva: questo crea uno scarto strutturale che si ripete da decenni, da Tenco agli Afterhours e oltre.
Ci sono stati casi in cui la musica alternativa ha vinto a Sanremo?
Raramente, ma sì. Alcuni artisti considerati “di nicchia” sono riusciti a imporsi, spesso grazie a un brano più accessibile del solito o a un contesto culturale favorevole. Ma si tratta di eccezioni che confermano la regola: il Festival premia la melodia televisiva, non la ricerca.
Buon Festival… perché Sanremo è Sanremo.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
