Recensioni Il Cile - In Cile Veritas - Artwork

Pubblicato il settembre 22nd, 2014 | da Stefano Pellone

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Il Cile: “In Cile veritas”. La recensione

Il Cile: “In Cile veritas”. La recensione Stefano Pellone
Voto MelodicaMente

Summary: Mai banale ma mai stucchevole, capace di parafrasi e paragoni a dir poco originali, pieno di metafore brillanti, questo disco è suonato e cantato in maniera eccellente

4,25

Buon cantautorato


Voto Utenti: 4.3 (2 voti)

A due anni di distanza dal precedente disco “Siamo morti a vent’anni” torna Lorenzo Cilembrini, meglio conosciuto come Il Cile, con un nuovo disco, “In Cile veritas” che segue il sorprendente successo dell’album d’esordio de Il Cile che nel 2012 ha debuttato al 5° posto della classifica FIMI/GFK dei dischi più venduti e i riconoscimenti della critica ottenuti in occasione del Festival di Sanremo 2013.

Lo stesso artista ha parlato del suo disco:

“Si dice che il rilassamento dei freni inibitori favorisca l’essere umano a rivelare cose nascoste, pensieri rimasti incastrati in qualche scomparto dell’anima, parole soffocate dalla lucidità della ragione.Ho scelto il titolo “In Cile Veritas” perché nel mio caso è sempre stata la musica a permettermi di tirare fuori quelle sensazioni, quelle melodie e quelle liriche che per natura tengo chiuse nel mio profondo, troppo spesso attraversato da tempeste e nubi minacciose. In questo album ho navigato alla ricerca del sole, guardandomi attorno come sempre: scorgendo tanti ragazzi e ragazze come me che oscillano tra lacrime di gioia e malinconia, che a volte alzano il gomito per non abbassare la testa dinnanzi a un mondo sempre più privo di certezze, che cercano un amore che riesca a regalare loro un porto quasi sicuro e quando lo perdono si trovano da soli a remare, ma continuano, perché all’orizzonte quel sole non si scorge ma lo si immagina. “In Cile Veritas” è un brindisi alla vita, a volte per sorridere altre per dimenticare”

Il Cile - In Cile Veritas - Artwork

Il Cile – In Cile Veritas – Artwork

Il disco, prodotto da Fabrizio Barbacci e distribuito dalla Universal Music, contiene 10 canzoni per quasi 38 minuti di musica e si apre con “Sapevi di me“, brano scelto come singolo e che è anche corredato da un videoclip a cui hanno partecipato decine di fans inviando le loro polaroid che sono state usate nel video. E se il buongiorno si vede dal mattino, si può dire che il ritorno de Il Cile è un ritorno alla grande: al di là della musica, sempre piacevole e ben suonata, sono i testi il vero tesoro delle canzoni de Il Cile, con metafore sempre a dir poco spiazzanti o figure allegoriche meravigliosa, come la frase finale della prima canzone, “Tu/ sapevi di me/ che mi bastava guardarti/ per imparare a sorridere.”

Dopo troviamo “Ascoltando i tuoi passi“, canzone in perfetto “stile Il Cile”, con un perfetto connubio tra musica e testi, e “Liberi di vivere”, brano dettato dalla batteria e dalla chitarra acustica e che suona come un ritratto di un certo tipo di generazione, quella che insegue le sue ombre quando la luce del sole sa solo giudicare, una generazione in cui si è “liberi di vivere senza il libretto di istruzioni”.

“L’amore è un suicidio” ci colpisce con il suo rockettone con tanto di citazione beatlesiana iniziale e con una storia d’amore a dir poco strampalata e piena di situazioni paradossali dove “per toccare il cielo con te ci voleva la Nasa” e lascia il passo a “Parlano di te“, brano intimista e riflessivo in cui si cerca, inutilmente, di dimenticare una storia che ci ha segnato nell’anima e che invece ritroviamo anche nelle cose più banali del nostro quotidiano.

Le chitarre distorte introducono “Baron Samedi“, brano che di voodoo ha solo la chitarra funky e la donna di cui si parla che è la “biologa che da vita alle mie delusioni”. Il filone del disco viene interrotto da “Sole cuore alta gradazione“, canzone che è stata scelta come singolo estivo e che ha spopolato nei mesi scorsi e che parla delle solite estati a base di alcool di una gioventù che traballa al ritmo delle lattine che finiscono per terra.

Il disco si avvia verso la fine con “Maryjane“, una canzone su una storia d’amore passata dove il suono delle tastiere e dell’organo rimangono in mente e parlano di una certa gioventù di “sinistra chardonnay” piena solo di illusioni e dove non sempre chi sbaglia paga. La batteria di “Vorrei chiederti” ci mostra che Il Cile riesce a parlare di argomenti importanti anche con ritmi “leggeri” mentre l’intro psichedelico di “Un’altra aurora” segna la fine di questo disco senza prima non averci stupito con un’altra canzone davvero degna di nota.

Il Cile rientra per molti nella schiera generale del nuovo cantautorato italiano: lo reputo giusto sia per il modo in cui è venuto alla ribalta che per il modo di fare musica, ma allo stesso tempo secondo me si staglia chiaramente dalla scena stessa sia per il modo con cui fa musica sia per il modo in cui scrive musica. Mai banale ma mai stucchevole, capace di parafrasi e paragoni a dir poco originali, pieno di metafore brillanti, questo disco è suonato e cantato in maniera eccellente e dimostra come la scena musicale italiana abbia trovato un suo grande interprete così giovane ma con così tante cose da dire in un modo così particolare che ormai rappresenta già al secondo disco il suo marchio di fabbrica.

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