Se Kevin Smith avesse diretto “Dogma” con dieci anni di ritardo, probabilmente al posto di Alanis Morissette avrebbe scelto Florence Welch per impersonare Dio.

Florence porta tutte le sue fragilità sul palco ma quando apre bocca per cantare e si scatena con le sue inconfondibili coreografie, diventa divina. Ne abbiamo avuto prova lo scorso 17 marzo al concerto (sold out) che si è tenuto all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, a Bologna.

La sua voce passa da potente a sottile in un attimo quando si ferma a parlare con il pubblico. Quando parla, delicata e sinuosa, Florence Welch si stringe le braccia intorno al corpo, è timida e ha una risatina imbarazzata. Nonostante questo, non si limita ad esibirsi senza lasciare nient’altro ai suoi spettatori. Ringrazia e, passaggio di rito, dice di amare l’Italia. Stavolta le vogliamo credere, sappiamo che la madre l’ha di certo influenzata da questo punto di vista. Florence quando racconta della musica parla sempre di “noi” e mai di se stessa e quando parla di se stessa lo fa per donarsi al pubblico. A dispetto di molti/e altri/e artisti/e, ciò che dice risulta autentico. Anche di fronte all’occhio più cinico, insomma, quando Florence Welch dice qualcosa sembra che lo stia dicendo per davvero e che non sia la scaletta a prevederlo. Anche se si sa che ha dichiarato già “Siamo inglesi, siamo europei”, si accaparra un applauso emozionato e lunghissimo dal palazzetto gremito, prende in giro la seriosità del pubblico british, accolta dal calore di quello italiano, dal quale si lascia abbracciare, letteralmente. Il suo carisma è quasi tangibile, la sua voce emoziona e alle spalle ha un supporto degno di nota. Su “Dog days are over“, uno dei brani simbolo del gruppo, chiede a tutti di mettere via i telefoni: con i suoi modi delicati, quasi eterei, ricorda che quel momento appartiene a chi è lì, a chi lo sta vivendo. Roba da non perdersi dietro lo schermo di un cellulare che, diciamolo pure, molto spesso è d’intralcio per la visuale. È tempo di saltare, lasciando andare via tutte le cose negative.

Il concerto dei Florence + The Machine è composto prevalentemente dai pezzi di “High as Hope“, album uscito nel giugno dello scorso anno. Ancora una volta, nell’album vengono trattati anche argomenti molto intimi, come i disturbi alimentari di cui Florence Welch ha sofferto in passato (Hunger). Che si tratti di un personaggio tormentato è risaputo, ed è questo che la rende ancora più affascinante. Nonostante l’ultimo lavoro del gruppo sia stato apprezzato, sono i brani già noti a dare la carica al pubblico. Il picco di emozione è stato raggiunto, come prevedibile, sulle note di una “Cosmic love” che quest’anno compie ben dieci anni e la chiusura è arrivata sull’altrettanto celebre “Shake it out“, con un altro invito a seguire le emozioni, accompagnati da una voce che non ha vacillato nemmeno per un secondo. Florence, ancora una volta, sembra essere una divinità pagana, figlia dei fiori dal fascino d’altri tempi. Ce ne andiamo con gli occhi emozionati e in testa un solo pensiero: abbiamo assistito a un concerto perfetto.

La scaletta del concerto del 17 marzo

June
Hunger
Between Two Lungs
Only If for a Night
Queen of Peace
South London Forever
Patricia
Dog Days Are Over
Ship to Wreck
Moderation
Sky Full of Song
Cosmic Love
100 Years
Delilah
What Kind of Man
Big God
Shake It Out

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