Reportage Roger Waters -2010

Pubblicato il luglio 6th, 2011 | da Elide Messineo

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Roger Waters e l’incanto di “The Wall” a Milano

Bisogna partire dal presupposto che descrivere un concerto di Roger Waters è impossibile, quindi questo è solamente un tentativo malriuscito in partenza. Il 4 luglio 2011 il celebre membro dei Pink Floyd ha fatto ritorno a Milano, a quanto pare una delle sue mete predilette.

Roger Waters a Milano |

Sono passati cinquanta anni dalla costruzione del Muro di Berlino e ormai ventidue dalla sua caduta e nel 1990 Roger Waters (a un anno dal crollo del simbolo della separazione tra il Capitalismo Occidentale e il Comunismo Sovietico) ha tenuto il suo celeberrimo “The Wall – Live in Berlin“, e l’album torna nuovamente in tour e ciò che stupisce maggiormente è che a distanza di cinquant’anni, i temi restano più attuali che mai. Il muro sarà pure crollato nel 1989, ma nelle nostre menti ogni cosa è rimasta intatta e sembra che quel muro, il nostro, non lasci alcuno spazio per far passare l’aria, non ci permette di sapere cosa succede dall’altra parte, ma tra inquietanti e veri e propri fleurs du mal e burattini giganti, ce lo spiega Roger Waters, quel che accade. Era il 1948 quando George Orwell regalava al mondo un’amara verità: il suo “1984” ha influenzato tutte le generazioni a venire e lo spettacolo di “The Wall” è impregnato di tutta l’angoscia orwelliana, della macchina del potere che ci usa come carne da macello, del Grande Fratello che ci sta guardando e, come se non bastassero le citazioni di Orwell (e no, non c’è paragone con quelle, del tutto rispettabili, dei Muse), c’è spazio pure per quei maiali che ne “La fattoria degli animali” dettano legge e che per i Pink Floyd, addirittura, volano.       Puntualissimo, alle 21, Roger Waters dà inizio al suo spettacolo, le luci si spengono ed è una tromba a dare il via al concerto che parte in maniera sensazionale, sulle note di “In the Flesh?“, accompagnate da fuochi d’artificio che lasciano inevitabilmente lo spettatore a bocca aperta e con un solo pensiero: se questo è l’inizio, allora come andrà avanti questo spettacolo? Tra la musica e i fuochi, c’è spazio anche per i figuranti in divisa militare che torneranno sul palco altre volte in seguito, volti tanto anonimi quanto inquietanti, inseparabili dalle loro bandiere con gli inconfondibili martelli incrociati. Come se i fuochi d’artificio non fossero sufficienti, poi, arriva uno Stuka finto alle spalle del pubblico, che si abbatte contro il muro, sfondandone una parte e chiudendo il pezzo con una fiammata. Da qui prende il via il tema della guerra, del pacifismo di Roger Waters, da sempre legato al triste evento della morte del padre, ma tra le tematiche affrontate e la cruda critica alla società, rientrano anche l’educazione e il ruolo delle multinazionali, i centri del potere che manipolano tutto dall’alto, proprio come vengono manipolati i burattini giganti (il maestro di scuola, la madre snaturata, la moglie) personaggi indimenticabili già visti in “Pink Floyd The Wall” di Alan Parker.

L'apertura del concerto |

Lo show prosegue con “The Thin Ice” che poi lancia “Another Brick in the Wall, part. 1” ed il pubblico, già in visibilio dopo la strepitosa apertura, inizia a scatenarsi sulle note di quello che è il pezzo più celebre, seguito da “The Happiest Days of our lives“. La scaletta prosegue senza intoppi e ripercorre i brani dell’album: è il turno di “Another Brick in the Wall, part 2“, che emoziona tutti e che vede protagonisti anche i bambini che compongono il piccolo coro di voci in protesta contro l’insegnante, il pubblico presta il suo appoggio senza perdersi una parola. E tra pensiero controllato ed inquadramento da totalitarismo, alle spalle di Roger Waters continuano a scorrere le suggestive immagini del film, ma anche di molti volti noti e meno noti e soprattutto questi ultimi sono i veri protagonisti dello spettacolo, anime finite nel bel mezzo della guerra e divorate dalla sete di potere. “Mother” si rivela uno dei pezzi più emozionanti del concerto, con una domanda ben chiara a tutti “Mother should I trust the government?” (Madre, dovrei fidarmi del governo?) ed una risposta ancor più chiara che appare sul muro: “No fucking way out” e per chi non capisse, la traduzione è sulla sinistra: “Col cazzo“. “Goodbye blue sky“, “Empty Spaces“, “What shall we do now” e gli altri pezzi del disco si susseguono in un crescendo di emozioni, ma anche di mattoni. Il muro via via si fa sempre più alto e Roger Waters ha uno spazio sempre più ristretto per farsi sentire, la sua band inizia a sparire dietro i grandi mattoni bianchi che, a opera completata, regalano il senso di claustrofobia e di limitazione che regala un regime totalitario, il potere opprimente, quello che cade in pezzi di carta velina con quelli che per Waters sono i simboli del male dei nostri giorni: soldi, multinazionali, religioni.       Lo spettacolo di “The Wall” si divide in due parti, separate da un intervallo che fa molto “cinema”, ma che permette di creare la scenografia successiva, ancor più spettacolare e suggestiva di quella iniziale. Adesso il muro è completo e riempito dai volti di tutti coloro che hanno perso la vita in guerra, i loro nomi e le loro storie. Poi si ritorna sulle note di “Hey You” e il richiamo di “Is there anybody out there?” e “Bring the boys back home“, un vero e proprio grido contro la guerra, accompagnato da immagini che lasciano tutti senza fiato e con gli occhi lucidi: i papà che tornano dalla guerra e fanno la sorpresa ai loro figli. E forse solo in quel momento e solo per quel momento, si può prendere coscienza dell’orrore perpetrato dall’uomo nel corso del tempo. “What shall we do now” porta in scena gli inquietanti fiori che nelle immagini psichedeliche si trasformano in diverse creature, prendono le sembianze del male. “The trial” è un altro dei pezzi che fa salire l’emozione alle stelle e che con “Waiting for the worms” conduce il concerto alla sua conclusione.

The Wall |

 

L’opera di Roger Waters si rivela perfetta in ogni suo aspetto, ovviamente anche a livello tecnico, con Snowy White alla chitarra e Dave Kliminster, finito poi in cima al muro, un ostacolo non totalmente invalicabile e infrangibile.  G. E. Smith si è dato da fare al basso, mentre Robbie Wyckoff ha compensato la voce mancante di David Gilmour ( che ha fatto la sua apparizione nella tappa londinese del tour). A completare il gruppo, Graham Broad alla batteria, Jon Carined ed Harry Waters alle tastiere ed i cori di Jon Joyce, Mark Lennon, Michael Lennon, Kipp Lennon. Il merito che va attribuito, tra i tanti, a questo spettacolo, è anche quello di aver mantenuto i pezzi nella loro versione originale, senza assoli prolungati e astrusi riarrangiamenti, che è proprio quello che il fan cerca: rivivere l’emozione ed il ricordo dal vivo, senza sentirsi spaesato. Ma in “The Wall” più che il lato tecnico, che rimane comunque notevole (e non potrebbe essere altrimenti, dopotutto) è il messaggio che colpisce ed il modo in cui viene inviato, con il maiale Algie che svolazza sulle teste del pubblico che non ne ha mai abbastanza, mentre Roger Waters inizia a lanciare colpi di mitragliatrice, passando per il salottino “standard“, divanetto e televisione al plasma che tempo fa, al passo con i tempi che correvano, aveva alienato Bob Geldof. Ma il cantante di una delle band più amate di tutti i tempi, ha di certo il merito di strappare il suo pubblico dall’alienazione quotidiana e dargli uno schiaffo di coscienza. L’individuo mediaticamente bombardato ha la possibilità di riscattarsi nelle due ore di concerto, che gli concedono anche il lieto fine, con il crollo di un muro che forse abbiamo paura di oltrepassare. In molti si aspettano una sopresa extra, qualche pezzo storico che non appartenga a “The Wall“, ma per il 4 luglio Roger Waters ha deciso che poteva andar bene anche così e noi, ancora estasiati dallo spettacolo, ci chiediamo già quando sarà la prossima volta che potremo rivedere qualcosa del genere, mentre ci avviamo verso l’uscita con gli occhi ancora luccicanti. Roger Waters ci ha regalato quello che forse è uno degli spettacoli più belli dell’ultimo ventennio, che regala un’emozione indescrivibile per chi ha coltivato la passione pinkfloydiana nel corso del tempo, ma anche per le “nuove reclute”. Non c’è alcun modo di pensare che Roger abbia sbagliato un colpo, a meno che, ovviamente, non si stia dalla parte del leader con la testa di maiale.

Il concerto di Roger Waters |

 

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