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Recensioni The Strokes "Comedown Machine " - artwork

Pubblicato il marzo 21st, 2013 | da Greta C

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The Strokes: “Comedown Machine”. La recensione

The Strokes: “Comedown Machine”. La recensione Greta C

3,25

Voto MelodicaMente

Summary: "Comedown Machine" è romantico, brillante, interessante, talvolta forzato, altre volte spontaneo e immediato.

3

Disco piacevole


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“Is This It” degli Strokes è stato un disco epocale. Era il 2001 quando l’album venne pubblicato dalla RCA ed in men che non si dica divenne uno dei prodotti discografici più osannati del periodo; tutti noi ricordiamo il disco, ricordiamo le splendide canzoni tipo “Last Nite”, ormai inno generazionale di fattura Strokes.

Rolling Stone e NME, nelle loro consuete classifiche, lo hanno inserito rispettivamente al primo e al secondo posto nella classifica dei 100 migliori album del decennio:”Is This It” fu un grande successo ma anche un enorme peso perché per la band di New York la disfatta è sempre sembrata dietro l’angolo. Fra litigi e progetti solisti, gli Strokes sono arrivati alla pubblicazione del quinto disco in studio dal titolo “Comedown Machine” che uscirà negli States il 26 Marzo 2013 mentre in UK il giorno precedente ma, grazie a Pitchfork, “Comedown Machine” è stato reso disponibile per l’ascolto in streaming, con una decina di giorni d’anticipo.

Diversamente dal predecessore “Angles“, il disco è stato registrato con la band al completo. Verrebbe spontaneo da dire “e ci mancherebbe!”: per dovere di cronaca va ricordato infatti che “Angles” vide la registrazione della parte vocale, a cura di Julian Casablancas, separata da quella della base ritmica. Gli Electric Lady Studios di New York, questa volta hanno accolto gli Strokes al completo; la produzione di “Comedown Machine” è a cura di Gus Oberg che aveva già lavorato con la band per il precedente lavoro. Passiamo ora ad indagare traccia per traccia il suono di “Comedown Machine”.

Julian Casablancas - The Strokes | © Christopher Polk/Getty Images for T-Mobile

Julian Casablancas – The Strokes | © Christopher Polk/Getty Images for T-Mobile

“Comedown Machine”. L’analisi traccia per traccia

Ci troviamo in pieni anni ’80. Una esplosione di vintage e di New Wave. Ci troviamo in quel territorio pieno di synth tanto amato dagli Strokes fin dall’epoca d’oro del disco d’esordio. “Comedown Machine” è stato lanciato da “All the Time” che a suo tempo (Gennaio 2013) aveva fatto esclamare “Oh, sembra che gli Strokes siano sulla strada giusta”. L’euforia era stata totalmente placata dall’uscita di “One Way Trigger”il mondo del web e i fan degli Strokes, per almeno mezza giornata, ha pensato che la canzone fosse uno scherzo: avete presente la musichetta di un videogioco anni ’80? Eccovi descritta “One Way Trigger”. Questi due singoli esemplificano alla perfezione gli Strokes: un’altalena continua fra luce e ombre profonde. Il suono degli Strokes è chiaramente distinguibile, questo già dal piccolo capolavoro d’esordio. Si ascolta la voce di Julian Casablancas e la parte ritmica di Nick Valensi, Fabrizio Moretti, Nikolai Fraiture e Albert Hammond Jr. e non si ha difficoltà a riconoscere una qualsiasi canzone degli Strokes. Questo è sempre un bene?

Tracklist – “Comedown Machine”:

The Strokes - Comedown Machine - Artwork

The Strokes – Comedown Machine – Artwork

  1. Tap Out
  2. All the Time
  3. One Way Trigger
  4. Welcome to Japan
  5. 80’s Comedown Machine
  6. 50/50
  7. Slow Animals
  8. Partners in Crime
  9. Chances
  10. Happy Ending
  11. Call It Fate, Call It Karma

Prima d’iniziare l’analisi track by track, premessa doverosa. L’intero album è un inno alla musica anni ’80. Questo basterebbe in realtà per recensire “Comedown Machine” ma ogni tanto un po’ di sana critica fa bene, quindi proseguiamo nella missione. Il disco si apre con “Tap out” ed è subito disco-dance. Fin dalla prima canzone viene messo in luce uno dei grandi pregi degli Strokes: i riff e i ritornelli accattivanti come ben poche band sanno creare. Da ascoltare anche solo per il falsetto di Julian Casablancas.

Si passa alla già citata “All the time”, una classica canzone alla Strokes che piace sempre molto. Non sarà il massimo dell’originalità ma è il classico sound della formazione americana. L’assolo di chitarra innalza il ritmo del disco. Fortunatamente l’ascoltatore era già preparato a “One Way Trigger”, quindi il colpo al cuore è alquanto diminuito. Per carità, se volessimo creare un videogioco vintage questa canzone sarebbe perfetta ma per un disco nel 2013, diciamo che potevano risparmiarcela, gli Strokes. “Welcome To Japan” si ascolta in maniera del tutto innocua, né bene né male anche se la linea di chitarra profondamente sognante lascia quel retrogusto piacevole. “80’s Comedown Machine” è uno dei due brani lenti del disco e la voce di Casablancas si trascina su questa lenta melodia. La canzone si salva unicamente per la voce di Julian.

Abbiamo già superato la seconda metà del disco e ci si trova davanti a “50/50”. A gusto personale, la canzone migliore del disco. Un brano con, ancora una volta, un riff devastante. “50/50” è quasi una esasperazione musicale a cura degli Strokes; la voce di Julian risalta forse come mai prima d’ora, in “Comedown Machine”. Travolgente, coraggiosa, esasperata, carica. Una delle tracce che salvano il disco. Ecco l’altra traccia lenta del disco “Slow Animals”. Gli Strokes sono una strana band: esaltano, deludono, non hanno molte vie di mezzo ma in qualche modo si salvano sempre. “Slow Animals” è la rappresentazione di questo: l’ascoltatore alza il sopracciglio fino a metà della canzone, poi la dinamica cambia e gli Strokes tirano fuori un ritornello immediato e piacevole.

“Partners in crime” scivola senza infamia e senza lode. “Chances” riporta ad un neo-romanticismo d’annata. “Happy Endings” inizia a congedare l’ascoltatore. Una traccia molto allegra, che ricorda il ritmo di “Tap Out”. Due canzoni da ballare, in una discoteca anni ’80. “Call It Fate Call It Karma” è la canzone che non ti aspetti dagli Strokes, quella che strizza l’occhio a Tom Waits. Un vintage musicale puro che non ricorda però gli anni ’80 ma va ancora più indietro nel tempo, toccando addirittura gli anni ’50. Sarà un’indicazione verso il prossimo disco?

“Comedown Machine” è romantico, brillante, interessante, talvolta forzato, altre volte spontaneo e immediato. Ci troviamo in un pop anni ’80 anziché rock. Solo in alcuni brani emerge prepotente quel garage rock che ha fatto il successo della formazione. Che li si ami oppure no, gli Strokes comunque vada sanno lasciare il segno. Probabilmente ci si aspettava un disco-capolavoro, nella speranza di vederli ritornare alla gloria di “Is This It”. Il compito non è stato di certo soddisfatto a pieno ma non è neanche un disastro musicale. Ci sono spunti interessanti, altri totalmente dimenticabili. Di certo, gli Strokes, sanno come far parlare di sé.

 

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2 Responses to The Strokes: “Comedown Machine”. La recensione

  1. andrea says:

    la peggior recensione mai letta. Completamente sbagliata..

  2. RedMoustache says:

    A mio parere Il disco migliore degli Strokes è “First Impressions of Earth”, un capolavoro.
    questo è un disco piacevole, si ascolta volentieri, le due chitarre insieme sono sempre molto ben
    amalgamate. gli darei un 7.

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