Prosegue la mia settimana di concerti -in attesa di Massimo Bubola a Bagnolo in Piano (RE) questa sera-, dopo i Verdena sono arrivate Le luci della centrale elettrica. Venerdì 25 Febbraio, Circolo Arci Fuori Orario a Taneto di Gattatico (RE). In un contesto straordinario, in uno dei locali più belli e stravaganti di tutta l’Emilia Romagna, eccomi ad assistere al live di Vasco Brondi.

Le Luci Della Centrale Elettrica - Live al Fuori Orario
Sono le 22.30, attorno al palco si riesce ancora tranquillamente a bere una birra chiacchierando. Eccetto qualcheduno, i più sono ancora nei bar delle “zone alte”. Un amico perplesso annuncia il flop, gli consiglio di aspettare. Quando Vasco arriva sul palco, il colpo d’occhio mi dà ragione: tutto pieno, ovunque. Tante persone curiose di entrare nei meccanismi di questo cantautore che sta rivoluzionando letteralmente il modo di scrivere testi. Giunge dagli amplificatori il rumore di automobili, clacson, disagio metropolitano. I quattro interpreti della serata scendono sul palco dai camerini: dalla grande vetrata dietro a loro sfreccia un treno (vero! E’ una delle particolarità più esclusive del Fuori Orario). “Cara catastrofe” è il primo pezzo. Tutto il pubblico smette il vociare, ora l’attenzione si sposta esclusivamente sulla musica. Si muovono le prime labbra per seguire il testo. Davanti a noi una ragazza impazzisce letteralmente. Con pochi strumenti l’atmosfera si fa comunque densa: a Brondi&Co bastano una chitarra acustica e una elettrica, un violino distorto e un percussionista eccezionale per conquistare il locale. Si susseguono i pezzi, pescati un po’ da “Canzoni da spiaggia deturpata” e “Per ora noi la chiameremo felicità”; curiosa e vincente a mio avviso la scelta di non lasciare alcun silenzio tra l’uno e l’altro: laddove muoiono i suoni, giunge come una pugnalata la recitazione con la voce originale di Leo Ferrè della meravigliosa poesia “La solitudine”. E’ un peccato che tutti si chiedano che cosa sia, perchè per un estimatore delle Luci della centrale elettrica, Leo Ferrè rappresenta una costante ombra che aleggia nei testi di Brondi. “Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto,

il non avvenuto, il non vergine
per mancanza di lucidità.
La lucidità me la tengo
nelle mutande.”
Sono i versi finali di questa poesia che esprime quel disagio esistenziale che ricorre in molti testi del cantautore ferrarese, che si dimostra impacciato come non mai quando deve parlare al pubblico (lo fa infatti il meno possibile), ma attivo, dinamico e coinvolgente nel momento in cui la sua musica prende il sopravvento. L’unico rammarico sta nel non aver potuto ascoltare interamente il repertorio che offrono i due album: il tempo probabilmente sarebbe stato sufficiente, ma la scelta è stata questa. Prendiamone atto e accontentiamoci di quanto dato in una serata carica di parole, di significato, di una generazione che vuole graffiare e incidere questi “cazzo di anni zero”.

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