“MEMO – Love Chronicles”, l’ultimo album del gruppo ‘emergenteLena’s Baedream è un buon album che presenta però almeno un paio di significativi punti deboli. È il caso da manuale di un lavoro ben realizzato, faticato, costruito con attenzione – e che perciò va certamente apprezzato a cominciare dal lavoro evidente del vocalist – che però perde molto sul versante di tutto ciò che musicalmente non può essere controllato con facilità come i livelli di suono delle tracce, le campionature, i piani e le linee ritmiche; ovvero la tecnica.

lenas cover Memo
Lena’s Baedream - Memo Love Chronicles - Artwork
Si sente con chiarezza il desiderio di realizzare un prodotto musicale complesso – rock con tendenze metal e nu-metal – senza dover sacrificare la linea melodica e quindi l’aggancio diretto con un ascolto più diffuso. Esemplare è “Message to Jolene” che è attraversata da veri e propri incisi pop, per quanto, invece, strutturalmente non si presenti come una canzone di questo genere a partire dall’incipit metal – poi ripetuto – della chitarra o dalla ripresa di basso e chitarra dopo la pausa (2:34), come anche l’ultima traccia “Overture” in cui però la relazione è rovesciata e all’interno di una canzone strutturalmente pop troviamo inserti rock-metal. In generale ci sono ottimi elementi in un buon numero di tracce: “You got pills, I got speed”, “D.”, “Overture” e “Missing” la cover ben riuscita della famosa canzone degli Everything but the girl. Ma a tratti l’impressione che se ne può avere è la sensazione contraddittoria di un’indecisione radicale. “Message to Jolene” termina con una linea di piano e una campionatura che non si articolano veramente con il suono della canzone (né con la linea ritmica, né con quella melodica) e che, costruendo un ponte con la traccia successiva “Dawn (I learn)”, scompare immediatamente (0:27) in una costruzione musicale del tutto differente, rimanendo così slegata, assoluta e senza intreccio con il resto della costruzione. Già migliore è l’uso della campionatura come linea parallela di ritmo in “Attitude to cry”, che permette di creare una chiusa interessante – sebbene non si immetta veramente nel suono ma semplicemente si limiti a sostituire la linea precedente in maniera eccessivamente brusca (2:06). Il desiderio di crossare di generi, di intrecciare linee differenti e altrimenti autonome accompagnato dalla voglia di produrre un lavoro complesso e superare i successi già ottenuti con il disco precedente (“Self Attack and all the following facts” del 2008) ci sono, ma evidentemente non bastano. Anzi troppa precisione ha forse rovinato la spontaneità e l’ottimo equilibrio tecnico che il gruppo aveva mostrato nel precedente lavoro. Una canzone come “B612” con l’ottimo intreccio di voci a timbri differenziati, gli archi e le linee intermittenti di suono in verticale, fa sentire decisamente la sua mancanza.

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