Era il lontano 2012 quando uscì il documentario inglese “Last shop standing“, un film di 50 minuti dedicato “all’ascesa, al crollo e alla rinascita dei negozi di dischi indipendenti” dove si diceva che le case discografiche avrebbero volontariamente abbassato la qualità dei dischi in vinile per favorire e accelerare la crescita del nuovo formato digitale ormai alle porte, il CD. Tesi sostenuta anche dall’autore dell’omonimo libro Graham Jones e da vari artisti come Paul Weller, Billy Bragg, Johnny Marr, Norman Cook (alias Fatboy Slim) e Richard Hawley.

In effetti la qualità dei cari vecchi dischi in vinile negli anni Ottanta e Novanta non era eccellente e poco alla volta il disco classico sparì dalle case (insieme ai grammofoni) e venne profondamente svalutato, entrando di prepotenza nella nicchia degli oggetti vecchi, inutili o solo da collezione, visto che il mercato era praticamente inesistente e che il CD era ormai diventato un prodotto popolare e di massa. Nel corso di questi anni però è sopravvissuta una appassionata nicchia di mercato che ha ostinatamente continuato a comprare vinili al posto dei CD e che con calma e mastodontica pazienza ha recuperato posizione nei confronti del suo collega più tecnologico, colpito al cuore anche dall’incedere incessante e potente dello streaming digitale che ne stanno decretando la morte.

Purtroppo i negozi specializzati stanno diminuendo in Italia e nel mondo ma i negozi che in questi anni sono riusciti a restare sul mercato si trovano ora nella posizione ideale per godere i frutti di questa rivoluzione vinilica e attualmente sembrano esserci molte idee creative in giro su come fare a restare nel business. È proprio il caso di dire che è tornato il caro vecchio vinile e i numeri parlano chiaro: negli ultimi due anni, in mercati chiave come Stati Uniti e Regno Unito, i 33 e i 35 giri hanno registrato dal 30 al 40 per cento di crescita nelle vendite. Guardando in Italia, nel 2016 il vinile valeva il 6% delle vendite, in crescita del 52% rispetto all’anno precedente e nella prima metà di quest’anno 33 giri e 45 giri hanno venduto per 5,3 milioni di euro: si parla del 9% degli acquisti dei consumatori del settore, con una crescita del 44% rispetto all’anno precedente. Numeri da capogiro considerando invece il calo del settore fisico del 17%.

Visto il trend, la scelta di Fimi di dedicare al classico disco nero una classifica a sé stante è sempre più in linea con le abitudini degli amanti della musica, come dice Paolo Maiorino, responsabile catalogo e progetti speciali di Sony: “Ormai il vinile non è più una nicchia, comincia a diventare una parte sensibile del mercato e potrebbe rallentare la decrescita del fisico. Rimasterizzare in questo modo è quel valore aggiunto che fa la differenza.”

Ovviamente questo è dovuto anche ad iniziative fatte per promuovere il settore, come la ormai celeberrima “Record Store Day” e la “Settimana del Vinile” su Amazon, il popolare sito di e-buying che ha subito fiutato l’affare. Sono in crescita anche le fiere del vinile che spesso registrano il tutto esaurito e la sua grossa mano l’ha data anche il mercato dell’usato che mai come ora registra un rinvigorimento: se ci mettiamo dentro anche un certo ritorno alle sonorità tipiche degli anni Ottanta da parte di gruppi di culto e di riferimento possiamo affermare che i prematuri annunci di morte degli scorsi anni da parte di inopinate Cassandre sono stati ampiamente cestinati. Il vinile è morto, viva il vinile.

Rispondi