Quando nel 2009 uscì “Battle for the Sun” giurai che i Placebo da lì in poi li avrei presi in considerazione con le pinze, ma quando Brian Molko riprende in mano le redini della band e propone un nuovo progetto discografico cucito addosso al nuovo trio formato da lui stesso, Stefan Olsdal e Steve Forrest, la curiosità è sempre moltissima. I Placebo sono stati la band dell’adolescenza, dischi come “Without You I’m Nothing” e “Sleeping with Ghosts” rimangono inarrivabili ma per lo meno bisogna dar adito a “Loud Like Love” di essere un disco che prova a voler arrivare da qualche parte. Ci vuole fegato nel decidere di tornare indietro, di abbandonare quanto fatto con “Battle for the Sun” e ripescare dal passato ma con una connotazione futura, una sfumatura che lascia ben sperare.

La voce di Brian Molko non ha bisogno né di spiegazioni né di tante parole. Basta ascoltarla. Una delle voci più particolari della musica attuale, una voce che o si ama oppure si odia, un po’ come i Placebo stessi.

Il disco è stato presentato da “Too Many Friends” la canzone più ironica dell’intero album supportata dal claim pubblicitario (perché qui non si tratta solo di musica) “My computer thinks M’m gay”. La canzone è una critica feroce verso i social network e la scelta di avere più amici virtuali rispetto a quelli reali. La gente non è mai piaciuta molto a Brian Molko, figurarsi gli amici virtuali. La canzone è trascinante, è una critica leggera ma ben pensata e realizzata. Un disco nato durante il tour di “Battle for the Sun” e proseguito nel corso dei mesi senza un annuncio ufficiale, avvenuto invece nel 2012, quando i Placebo sono ritornati in studio di registrazione.

Placebo
Placebo | © Sean Gallup/Getty Images

Placebo – “Loud Like Love”, l’analisi del disco

Prima di passare all’approfondimento delle canzoni vorrei soffermarmi un attimo sul senso complessivo di questo disco: il sound dei Placebo è ormai un marchio di fabbrica. Un marchio che ogni tanto viene mandato in stampa perfetto, molte altre volte viene prodotto sbavato o addirittura rotto. Se “Battle for the Sun” era un marchio frantumato in milioni di piccoli pezzi, “Loud Like Love” è un marchio riuscito ma con diverse sbavature. La fortuna dei Placebo ancora una volta è quella voce così metallica, sottile ma al contempo incisiva che si ritrova Brian Molko. La sua voce convince sempre, anche su una base musicale trita e ritrita. Fra chitarre rock e spruzzi ambient, i Placebo realizzano un album sufficiente ma non entusiasmante. Ciò che ci si aspetta da loro è ben altro e proprio per questo motivo il voto della recensione verte sul filo del rasoio. In definitiva a “Loud Like Love” il suono non manca, ci sono pezzi rock, ballate d’atmosfera, una ricercatezza in alcuni passaggi sonori, la presenza degli archi e dei beat elettronici, ma quella che invece non è pervenuta è la sorpresa. Questo disco non sorprende affatto, ma se non altro fa tirare un sospiro di sollievo, vista la bruttezza ancora vivida nella memoria di “Battle for the sun”.

Placebo - Loud Like Love
Placebo – Loud Like Love

Si parte con “Loud Like Love” classica canzone in stile Placebo che fa ben sperare: fra chitarre e batteria la canzone procede in un’ascesa ritmica sostenuta sempre dalla splendida voce di Brian Molko. “Scene Of The Crime” si apre con un battito di mani molto allegro e trascinante, un suono che ricorda un po’ quello del flamenco placebizzato. Di “Too Many Friends” ho già parlato, una delle canzoni migliori del disco secondo me. Rimane appiccicata addosso per giorni, canticchierete “My computer thinks I’m gay” senza accorgervene. E’ una canzone molto furba ed astuta, questa.

“Hold on to me” inizia con un suono rilassato e malinconico, una canzone che avrebbe potuto essere migliore ma non delude totalmente, se non altro per quella vena introspettiva da sempre apprezzata. Promossa con riserva, promossa sempre per la voce di Molko che in canzoni del genere viene esaltata a dovere. “Rob The Bank” rispolvera le sonorità dei Placebo migliori, peccato quella virata poco convincente sui suoni più duri. “A Million Little Pieces” offre delle chitarre acustiche toccanti. Una canzone che alza il livello dell’intero disco ma, naturalmente, non basta. Dopo “Exit Wounds”, nulla di nuovo all’orizzonte grazie ad una virata elettronica però già ben conosciuta, si riparte con “Purify” che mostra ancora una volta uno squarcio dei Placebo conosciuti ma non spicca il volo, non rimane impressa per giorni nella memoria. Le sonorità migliori nascono proprio quando i Placebo fanno quello che sanno fare meglio e che hanno già fatto. La sperimentazione non funziona in questo caso.

“Begin The End” è la canzone struggente e strappalacrime doverosa in un disco. Una delle perle migliori, una canzone che resisterà nel tempo grazie ad un crescendo perfettamente orchestrato. Il disco si conclude con “Bosco” che rispolvera un piano favoloso. Il finale sembra essere quasi meglio della parte iniziale, se non fosse per la già citata “Too Many Friends”. Avete presente quando a scuola l’insegnante diceva “Ecco, bene ma potrebbe essere meglio. Ti puoi impegnare ancora, hai capacità per fare meglio”? Questa frase è l’epilogo di “Loud Like Love”.

 

 

 

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