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Pubblicato il febbraio 21st, 2013 | da Stefano Pellone

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Raphael Gualazzi: “Happy mistake”. La recensione

Raphael Gualazzi: “Happy mistake”. La recensione Stefano Pellone
Voto Melodicamente

Summary:

3.75

Album da ascoltare bene


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Il cantante e pianista jazz Raphael Gualazzi ritorna con un nuovo disco subito dopo la fortunata esibizione di Sanremo con la sua “Sai (ci basta un sogno)“. E ritorna con il suo disco “Happy mistake“, un gran bel ritorno per quello che mi riguarda.
Il disco ha una forte vocazione internazionale (solo 5 i pezzi italiani tra cui i due brani presentati a Sanremo) e ha due ospiti d’eccezione: la cantante Camille (nel brano “L’amie d’un italien”) e la formazione vocale delle Puppini Sisters (nel pezzo “Welcome to my hell”).

Questo lavoro si apre con “Don’t call my name“, un brano in piena chiave jazz, e prosegue la sua cavalcata gloriosa calandosi nelle atmosfere anni ’20 e ’30 prima di fare un tuffo a Sanremo con i due brani in concorso, il già citato “Sai (ci basta un sogno)” ed il brano eliminato “Senza ritegno“.

Con “Baby what’s wrong” Gualazzi lascia il ruolo di strumento principe (come è il suo pianoforte) ad una inusuale chitarra e ci mostra i suoi toni baritonali ma sempre con ironia e senza mai prendersi troppo sul serio: dal serioso passiamo al serio subito dopo se è vero che con “Seventy days of love” il pianista italiano dimostra di avere capito benissimo la lezione del soul e del funky alla Stevie Wonder con il brano migliore del disco, secondo me.

Raphael Gualazzi - "Happy mistake" - Artwork

Raphael Gualazzi – “Happy mistake” – Artwork

Dopo una nuova piccola parentesi italiana con “Un mare in luce” Gualazzi fa un piccolo personale omaggio a Federico Fellini con una sua rivisitazione delle musiche del grande regista di Rimini con “Improvvisazione su temi di Amarcord“. Gli omaggi proseguono poi con “Beautiful” il cui arpeggio musicale iniziale ricorda molto “Rimmel” di Francesco de Gregori.

Raphale dimostra di volersi divertire con la musica e di non aver paura di esplorare altri territori musicali con “Mambo soul” ma di trovarsi a maggior agio nel suo campo, il jazz, come dimostrano “I’m tired” e “Questa o quella per me pari non sono”, piccolo esercizio musicale stilistico, prima di chiudere il disco con la giocosa “Welocme to my hell”.

Sanremo ci ha restituito alle stampe un autore di un genere per quanto bistrattato in Italia (il jazz) ma che si mostra completo e dotato e che crediamo a Sanremo abbia mostrato il suo lato “peggiore”. Il disco è molto piacevole all’ascolto e piacerà sia agli amanti del genere sia a chi ama avere una buona musica di sottofondo alle sue attività quotidiane. Un acquisto che consiglio caldamente.

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