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Pubblicato il marzo 23rd, 2016 | da Stefano Pellone

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Iggy Pop: “Post pop depression”. La recensione

Iggy Pop: “Post pop depression”. La recensione Stefano Pellone
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Summary: Se questo disco è il testamento spirituale e musicale di Iggy Pop, è un gran bel testamento

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Iggy Pop è spesso identificato come un grandissimo performer e una vera icona del rock a dispetto della qualità della sua musica: tutti conosciamo il suo gruppo The Stooges, tutti (o almeno buona parte) conoscono il suo lavoro con David Bowie nella fine degli anni Settanta quando uscì la trilogia berlinese, tutti conoscono i suoi pettorali e le sue storie con la droga. Ma molti si fermano qui.

E questo è un vero peccato, perchè Iggy (o meglio James Newell Osterberg, Jr.) per ben 45 anni ha sfornato dei buonissimi album ed ha esplorato ogni genere musicale e ogni contaminazione, dal lounge al jazz, al di là della sua fama di “padrino del punk” (e del suo soprannome “l’iguana”). Andate ad ascoltare “Rolodex Propaganda” nata da una collaborazione con i At The Drive-In e “Aisha” prodotta insieme ai Death In Vegas per capire bene di cosa sto parlando.

Ebbene, dopo 45 anni di onorata carriera, Iggy Pop esce con un nuovo disco, “Post pop depression“, e annuncia in una intervista alla radio Beats 1 che questo è potenzialmente il suo ultimo disco: “Sento che chiuderò la mia carriera dopo questo album”, queste le sue testuali parole.

Per questo album Iggy si è fatto aiutare da Josh Homme dei Queens Of The Stone Age e dopo un lavoro di mesi nel Rancho De La Luna in California finalmente questo disco viene alla luce a gennaio dell’anno scorso. Da allora ci sono voluti ben 12 mesi per registrate le nove tracce dell’album. Come mai così tanto tempo? Forse perchè hanno dovuto chiedere una mano al batterista degli Arctic Monkeys Matt Helders e al polistrumentista Dean Fertita per mettere insieme il disco. O forse perchè valeva la pena pensarci tanto prima di far uscire l’ultima fatica degna di mettere la parola fine ad una vita musicale così lunga. Noi non lo sappiamo. Ma possiamo raccontarvi come è questo “Post pop depression“.

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Il disco si apre con “Break Into Your Heart“, il brano scelto per l’apertura di questo album, con un groove molto deciso e la voce di Iggy che si snoda nella canzone come un perfetto e navigato crooner. Subito dopo troviamo “Gardenia“, il singolo scelto per il lancio del disco, e sembra di sentire in tutto e per tutto un tributo al caro e vecchio amico David Bowie, come se Pop avesse subodorato che sarebbe stato il suo ultimo anno ed avesse deciso di dedicargli una canzone: in alcune note sembra davvero di risentire Bowie che canta. Ma è solo un illusione, purtroppo.

La terza traccia, annunciata dal vibrafono, è “American Valhalla“, ed è una canzone triste e che vede molto l’influenza delle Desert Sessions, soprattutto nella sua parte centrale. Una riflessione dolce-amara su quanto sia dolorosa la crescita e come si senta avvicinarsi il tempo della fine. Ci risvegliamo dal torpore con “In The Lobby“, un pezzo composito, formato da tre anime: la prima dove sentiamo solo la voce di Iggy, la seconda dove troviamo un ritornello alla Mick’n’Keef e la terza che ci regala un coro e un bridge finale a 12 corde.

Il pezzo centrale del disco è “Sunday“, una canzone da ben sei minuti da Far West con una bellissima linea di basso e la chitarra distorta che gioca costantemente nel brano pescando dal migliore repertorio del rock moderno con tantissimi cori: nella parte finale la linea dura sparisce per fare spazio ad una versione orchestrale ed ariosa del pezzo per una conclusione alla Fellini che spiazza completamente l’ascoltatore. Neanche il tempo di riprendersi e ci si piazza davanti “Vulture“, un pezzo duro e crudo, puro lo-fi acustico dove regna la voce di Iggy e la chitarra di Homme richiama Morrissey e i cori ricordano “Ghost town” degli Specials.

German Days” è il pezzo più stoner rock del disco, con Iggy caustico e ironico, addirittura iconoclasta contro Papa Benedetto, i fast food tedeschi e lo “champagne-on-ice”: “Chocolate Drops” invece è la canzone più… più “strana” del disco. Strana, non brutta, attenzione. Si mescolano in essa echi dei Pink Floyd, suoni degli Outkast, memorie degli anni ’60 e suoni di campane a morte. Particolarissima.

La canzone di chiusura del disco, “Paraguay”, merita un capitolo a parte. Se questo disco (e in particolare questa canzone) è il testamento spirituale e musicale di Iggy Pop, è un gran bel testamento.  E’ una dura reprimenda contro il mondo moderno e la voce di Iggy canta la sua voglia di abbandonare questo mondo così corrotto e vecchio per cominciare una nuova vita lontano, in un posto sperduto. Per questo motivo chiudo questa recensione con il testo di “Paraguay” perchè credo che migliore chiosa non sia possibile.

“There’s nothing awesome here
Not a damn thing
There’s nothing new
Just a bunch of people scared
Everybody’s fucking scared
Fear eats all the souls at once
I’m tired of it
And I dream about getting away
To a new life
Where there’s not so much fucking knowledge
I don’t want any of this information
I don’t want YOU
No
Not anymore
I’ve had enough of you
Yeah, I’m talking to you
I’m gonna go to Paraguay,
To live in a compound under the trees
With servants and bodyguards who love me
Free of criticism
Free of manners and mores
I wanna be your basic clod
Who made good
And went away while he could
To somewhere where people are still human beings
Where they have spirit
You take your motherfucking laptop
And just shove it into your goddamn foul mouth
And down your shit heel gizzard
You fucking phony two faced three timing piece of turd
And I hope you shit it out
With all the words in it,
And I hope the security services read those words,
And pick you up and flay you
For all your evil and poisonous intentions,
Because I’m sick,
And it’s your fault
And I’m gonna go heal myself now
Yeah!”

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