Interviste Il Cile © Jacopo Lorenzini

Pubblicato il ottobre 9th, 2014 | da Stefano Pellone

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Il Cile: “Scrivo per arrivare al cuore della gente”

Uno dei fenomeni più interessanti della musica italiana di questi ultimi anni è il cantautorato italiano che sta in parte rinascendo grazie ad una schiera di nuovi autori che si stanno affermando nel panorama musicale: uno di questi, anche se lui non ama considerarsi tale, è Il Cile, al secolo Lorenzo Cilembrini, autore uscito alla ribalta due anni fa con il clamoroso successo del disco autoprodotto “Siamo morti a vent’anni” e ripresentatosi al pubblico con il suo nuovo disco “In Cile veritas” forte anche del successo ottenuto a Sanremo. Noi di MelodicaMente abbiamo deciso di intervistarlo e ci siamo trovati di fronte un ragazzo intelligente, giovane e con le idee molto chiare.

Il Cile | © Jacopo Lorenzini

Il Cile | © Jacopo Lorenzini

Ciao, Lorenzo. Partiamo dal tuo ultimo disco che è uscito da poco, “In Cile veritas”, preceduto in estate dal singolo “Sole cuore altra gradazione” e poi dal secondo singolo “Sapevi di me”. Come è nato questo tuo disco e cosa ha significato mettere in musica una parte della tua vita?

Allora… dopo “Siamo morti a vent’anni” volevo proseguire dal punto di vista espressivo, musicale e lirico con la mia cifra stilistica il livello generale riuscendo però a mediare attraverso il mio estro la rabbia e la mia attitudine tagliente e urticante facendola poi confluire in un album che lasciasse aperto uno spiraglio verso alcune speranze. Non a caso il disco si conclude con un brano, “Un’altra aurora”, che porterà verso il mio prossimo lavoro dove ci sarà forse meno spazio per riflessioni sui rapporti amorosi e ci sarà più uno sguardo verso la società; a dire il vero questo discorso l’ho già iniziato in questo album per trascendere un po’ alcuni lati miei che con più prepotenza sono entrati nei precedenti, perché per me scrivere è sempre stato qualcosa di terapeutico, teso anche ad aspettare alcuni miei turbamenti.

Tu hai parlato di cifra stilistica. Questa è sempre stata una tua caratteristica che si nota subito e che ti fa riconoscere al primo ascolto, soprattutto con i tuoi testi così precisi, taglienti e pieni di metafore. Come fai a rapportarti alla scrittura della musica? Hai qualche maestro o qualche riferimento?

Io ero un bambino molto agitato e molto pestifero e ho sempre avuto questa propensione verso la musica e questo fascino verso la chitarra. L’unico modo che avevano i miei genitori per farmi stare tranquillo era la musica: erano grandi appassionati di musica italiana e si erano accorti che facendomi ascoltare gli LP dei grandi maestri del cantautorato italiano come De Gregori, De Andrè e Battiato io, nonostante l’età infantile, mi facevo rapire da quelle parole come se fossero fiabe; anche se non capivo il senso critico e le parole capivo l’attitudine che mi trasmettevano, capivo che “La guerra di Piero” era una canzone malinconica mentre “Bocca di rosa” era più provocatoria e ironica. Crescendo a 9-10 anni ho visto un video dei Nirvana e ho detto “anche io voglio imparare a suonare la chitarra e diventare un rocker”. Nell’adolescenza, con la chitarra in mano, appena ho deciso di scrivere qualcosa di mio, per reminiscenza, le prime cose che ho scritto erano gli echi di ciò che avevo ascoltato nella mia infanzia,  si è creato un corto circuito tra la musica che ascoltavo da ragazzino e quella che ascoltavo nell’adolescenza portando ad un mio stile che ha come basi i grandi del passato. Non nego che in certi casi mi sono emozionato di più ascoltando un singolo brano e leggendone il testo come se fosse prosa, che ascoltando il disco intero.

A proposito di prosa, tu non sei solo un cantante, ma sei anche uno scrittore, dato che hai scritto un libro che si chiama “Ho smesso tutto”…

“Ho smesso tutto” nasce dall’interessamento di una casa editrice Feltrinelli e di una serie che si chiama Kowalski che era affascinata dal mio metodo di scrittura e mi ha dato carta bianca per scrivere un libro. Io ho cercato di scrivere qualcosa di atipico e ironico senza nessuna velleità intellettuale e che fosse una storia dissacrante di un cantante che scende dal piedistallo per guardarsi da fuori.

Parlando della scrittura, cosa è cambiato in questi due anni? Cosa è successo dentro di te?

Cosa è successo… ci sono state tante esperienze che mi hanno segnato dentro, come l’apertura dei concerti di alcuni big come Jovanotti e Ligabue, un tour tutto mio, collaborazioni con altri artisti nel campo del rap e della musica leggera, ore e ore in più passate in studio, tutte esperienze che servono e che mi hanno permesso di limare alcune cose che secondo il mio produttore Fabrizio Barbacci erano più acerbe e difficilmente assimilabili, anche la bellezza del primo album è questo suo essere più viscerale. E’ cambiato il mio approccio alla musica ed ora ho un bagaglio maggiore senza però voler razionalizzare  e rendere troppo logica la mia essenza stilistica.

Tu per molti sei uno dei cantanti più promettenti della scena musicale italiana. Come vivi questa cosa?

(Ride) Guarda, questa è una cosa che mi lusinga ma a me basterebbe semplicemente essere una persona che arriva a più persone possibili con l’intensità che sento in una canzone come “Cemento armato” che arriva al cuore di gente di qualunque estrazione che affronta la passione verso la musica come un passatempo e come una fonte di cultura personale. La musica deve arrivare a tutti ed è il pubblico che decide le sorti di un artista ed io cerco sempre di essere credibile e sincero. Io non ho cercato mai di classificare la mia musica come indie, pop, culturalmente elevata o culturalmente bassa: secondo me esistono solo belle canzoni e brutte canzoni ed io e Fabrizio Barbacci cerchiamo di scrivere belle canzoni. A volte ci riusciamo e a volte no ma l’intento è sempre quello di scrivere canzoni belle per arrivare al cuore della gente. Il resto, le etichette come canzoniere, cantautore, creativo della musica e della parola… a me interessa più il risultato, come dico a tutti i ragazzi che mi chiedono consigli. E’ questo quello che cerco di fare.

 A proposito di pubblico, com’è il tuo rapporto con i fan? Perché tu sei molto social…

…anche troppo, certe volte, perché la vita reale è un’altra cosa e cerco sempre di spiegarlo a chi mi segue sui social. Anche se parliamo tramite un monitor e una tastiera nella vita reale sei tu che vieni a vedermi dal vivo, io che sudo su un palco e che scendo per fare quattro chiacchiere, tu  che vedi i miei occhi ed il sudore che è colato sulla mia maglietta. La rete sociale  è un mezzo potente ma anche il limite della comunicazione umana ed empatica di oggi: si può travisare una virgola sbagliata o un momento non capito. Internet ha permesso di arrivare a tutti ma ha anche rotto dei codici di comunicazione etici e morali e ti trovi nella pagina quello che viene solo per offendere. Io ho deciso di non rispondere perché rispondere è tempo sprecato ed il tempo è la cosa più importante in tutti i lavori. Io cerco di stare vicino al mio pubblico come ho fatto anche nel mio ultimo video ma cerco anche di far capire loro che io non sono un’icona di Facebook o di Twitter ma una persona che va in giro con la chitarra e con la sua band e che cerca di rispondere a tutti in maniera esauriente.

Prendo spunto dal palco e del sudore: tu ami molto la dimensione live…

Amo molto la dimensione live anche perché avendo un produttore come Barbacci, produttore dei Negrita che sono un’icona del rock dal vivo in Italia, ho imparato da loro circolando nel loro ambiente e nella loro sala prove per molto tempo. Ho aperto i loro concerti suonando davanti a palazzetti pieni avendo così un battesimo di fuoco. Questa cosa mi piace molto e sarei anche orgoglioso di fare un po’ l’erede di questa carica toscana che hanno loro in chiave rock e che ha Jovanotti con la sua band fortissima.

Parliamo della scena musicale italiana contemporanea: c’è qualche artista che ti piace e con cui vorresti fare una collaborazione?

Tolti Negrita e Jovanotti che ritengo due capisaldi, mi piacerebbe da sempre lavorare con Gianna Nannini ma mi piacerebbe anche collaborare con una realtà completamente differente dal mio percorso come Emma o Arisa. A me piace contaminare e vedere la musica senza troppi paraocchi e senza guerre intestine: quando c’è una bella canzone tutto diventa più facile.

Tu sei uno che dice sempre quello che pensa senza peli sulla lingua: come vedi la scena musicale italiana oggi?

Sta cambiando tutto per l’ennesima volta ma stavolta credo in via definitiva: in due anni ho visto cambiare tante cose, ora Spotify è una realtà che non si può ignorare e farà sparire in brevissimo tempo il CD che diventerà un oggetto per pochissimi, seguendo un po’ il percorso della storia musicale, ovvero che bisogna adattarsi ai cambiamenti, così come è stato per il vinile e per la musicassetta. Il live è tornato prepotentemente in auge: penso a Brunori, alle Luci della Centrale Elettrica, a Dente che hanno un mood che si confà a determinati tipi di live e non è adatto secondo me ai palazzetti. Penso anche ad una band che è uscita ora da un talent, perché i talent esistono in tutto il mondo e dobbiamo confrontarci con essi, come i Dear Jack , che hanno riempito il Forum di Assago, mentre i Negrita hanno impiegato 18 anni e 9 dischi per riempirlo. Cosa è vero, la realtà indie che ti riempie il club dopo anni di musica o la realtà mediatica che ti riempie il palazzetto ma che tra un anno non sai se resisterà?  Io credo che bisogna migliorare costantemente e dire cose forti e interessanti con una produttività maggiore rispetto al passato perché prima ci si poteva permettere di far passare tre anni tra un disco ed un altro mentre ora per un emergente come me un anno è il tempo limite e nel frattempo devi concentrarti bene con un assetto perfetto per lasciare il segno sulle persone. Anche con le radio e la televisione il rapporto è cambiato molto in modo molto forte perché ora con lo streaming anche nelle auto si ribalterà la situazione.

Non consideri rischioso per un giovane dover produrre così tanto in così poco tempo?

Guarda, per me non è un problema perché io ho già pronto il materiale per il mio nuovo album in quanto per me è una necessità scrivere, ed ho visto anche tanti big scrivere quasi sempre. Siamo arrivati anche grazie alla tecnologia ad un punto in cui puoi produrre musica velocemente anche in una stanza, ma anche con la tecnologia che ti aiuta se fai cose fatte male sono cose fatte male, le forzature non funzionano mai mentre la qualità paga sempre. Io sono molto produttivo e molto severo con me stesso.

Quale il ricordo più bello che hai di Sanremo?

Il ricordo più bello che ho di Sanremo è quando ho ricevuto da Nicola Piovani e Caetano Veloso il Premio Bardotti come migliore testo tra le canzoni in gara (con il pezzo “Le parole non servono più”, NdR). E’ stata una emozione enorme ed ho saputo che in giuria Piovani caldeggiava molto per la mia vittoria e la cosa mi rende molto orgoglioso.

Ora sei uscito con l’album nuovo: cosa hai in progetto per questo inverno?

Da dicembre inizierò un tour che partirà da Milano al Tunnel l’11 dicembre ed a breve verrà pubblicato sui miei social e sul mio sito ufficiale. Ho scelto i club perché mi sembra una realtà più idonea per quello che faccio perché io devo raggiungere più persone possibili e tornare ad un contatto capillare con il pubblico. Sto lavorando anche ad alcune collaborazioni con i Negrita e sto entrando nel disco di un noto artista ma tutto verrà rivelato a tempo debito. Nel frattempo cerco di portare avanti le mie cose, l’importante è non fossilizzarsi mai su nulla.

Ultima domanda: sei partito come molti altri tuoi colleghi affidandoti a te stesso. Che consigli daresti ad un ragazzo che volesse seguire la tua strada?

Allora, io quello che dico sempre è essere molto critici con se stessi e cercare di circondarsi di persone che credono nel progetto che cerchi di portare avanti non come hobby ma come obiettivo primario di vita. Io facevo volutamente lavori “brutti” proprio per tornare a casa ed avere i soldi del sostentamento e poter investire nel mio sogno per non fare più quello che facevo. La cosa più importante è trovare un produttore, non per forza un nome altisonante, ma qualcuno anche coetaneo ma che abbia quell’energia e quella voglia che possono aiutarti a fare un grande disco: rarissimamente il grande produttore ti dice che tutto va bene ma anzi mette il dito nella piaga delle cose che non vanno. Se un ragazzo la vede in questo ordine di idee può fare grandi cose, per fare un gran disco devi lavorare tanto, non basta una bella canzone, per fare un gran disco devi circondarti di persone serie, severe e critiche e i risultati si vedranno.

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