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Pubblicato il marzo 30th, 2016 | da Stefano Pellone

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Turin Brakes: “Lost property”. La recensione

Turin Brakes: “Lost property”. La recensione Stefano Pellone
Voto MelodicaMente

Summary: "Lost Property" non sarà il migliore disco dei Turin Brakes ma dimostra che il gruppo c'è ancora musicalmente e che ha deciso di ritornare sui suoi passi e reinventarsi nuovamente

3

Disco piacevole


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Sono passati ben 15 anni da “The Optimist“, album di esordio che fece conoscere al mondo i Turin Brakes, gruppo alternative rock inglese, fondato nel 1999 da Olly Knights (chitarra e voce) e Gale Paridjanian (chitarra e voce). Tre lustri dopo e sette dischi dopo il duo si ripresenta sulle scene musicali con i fidi collaboratori Rob Allum (batteria) e Eddie Myer (basso) e lancia il suo nuovo disco, “Lost property”.

I Turin Brakes hanno spesso cercato di cambiare il loro sound anche se sono sempre rimasti fedeli al loro approccio musicale, ovvero due voci, due chitarre e qualche percussione, il tutto per far risaltare la melodia e la voce. Il duo inglese è anche considerato tra uno dei gruppi che ha portato alla ribalta il nuovo movimento acustico inglese nato nella fine degli anni ’90 in Inghilterra e che ha visto come altri esponenti gli Elbow, i Starsailors e i Kings of Convenience.

Turin Brakes - Lost property

Turin Brakes – Lost property – artwork

Con questo nuovo disco i TB dimostrano di non aver perso un grammo del loro smalto e della loro abilità di raccontare la vita di tutti i giorni con melodie bellissime e accattivanti che smuovono la polvere dai nostri ricordi di una certa musica che suonavano gli America o altri gruppi folk americani: il potere dei Turin Brakes è stato proprio quello di aver mantenuto una sorta di integrità musicale che gli anche permesso di sperimentare in questi anni senza però snaturare il loro stile o il loro marchio di fabbrica, ovvero il suono delle chitarre acustiche.

E “Lost property” in fondo è tutto questo: un disco di undici tracce in cui Knights e Paridianian hanno deciso di fare un percorso all’indietro, recuperando le loro tracce acustiche seguendo come Pollicino un invisibile filo fatto di arpeggi, cori, intrecci sonori e tanto altro. Lo si dimostra subito con il primo pezzo, “96“, scelto anche come singolo, che mette subito le cose in chiaro su cosa dovremo aspettarci da questo loro nuovo disco, ovvero tutto quello che ha reso famoso questo gruppo (vi rimando a “Painkiller (Summer rain)”): il secondo singolo è anche il secondo brano, “Keep me around”, accompagnato da un videoclip coloratissimo e molto carino.

The quiet ones” richiama al concetto espresso prima riguardo alla musica acustica, una sorta di manifesto musicale della calma e della lentezza, caratteristiche che troviamo anche nella title-track che mostra più grinta nel finale: “Rome” sembra venire direttamente da un decennio musicale molto lontano ed è molto orecchiabile con il suo folk (e la vedo bene come prossimo singolo). “Brighter than the dark” è forse la canzone peggiore del disco, troppo lenta e senza mordente, che non riesce a trasmettere niente, così come “Save you“, che sembra scritta dritta dritta per Adele e lascia un attimo interdetti.

Ci vogliono gli arpeggi di “Martini” per riportare il disco sui suoi binari grazie alla grazia delle chitarre ed alla voce di Knights accompagnato da una chitarra slide: “Jump start” parte piano per poi incidere con solennità ed esplodere nel ritornello. L’album cede il passo al jazz di “Hope We Make It“, una grandissima canzone che sembra uscita dritta dritta da qualche disco di Neil Young (anche se non mancano le influenze a Tom Petty), e termina con “Black rabbits“, una canzone che ha tutta una sua vita, con una partenza lenta in downbeat che dura per ben quattro minuti prima di partite con un muro di suono elettrico che ti porta in alto e ti lascia lì, sospeso, mentre cerchi di capire cosa sia successo.

Lost Property” non sarà il migliore disco dei Turin Brakes ma dimostra che il gruppo c’è ancora musicalmente e che ha deciso di ritornare sui suoi passi e reinventarsi nuovamente stavolta guardando il proprio passato. E’ un po’ come quei vecchi amici che non vedi e non senti quasi mai ma che al momento di reincontrarsi tutti sono sempre felici di rivedersi e nessuno sa bene perchè. Il duo inglese è riuscito a mantenere il suo equilibrio in quindici anni di carriera e già questa è una notizia, visti i tempi che corrono. Il disco attraversa alti (“Hope we make it” e “Black rabbits”) e bassi (“Brighter than the dark” e “Save you”) ma è comunque un lavoro molto piacevole da ascoltare e che piacerà moltissimo ai fans del gruppo inglese.

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