Tutto è nato da un tweet dell’attrice Alyssa Milano in seguito alla vicenda del produttore Harvey Weinstein denunciato per molestie sessuali, vicenda che sta scuotendo dalle fondamenta il mondo dello star system americano: l’attrice ha scritto semplicemente “Se tutte le donne che hanno subito una molestia scrivessero come stato #Ancheio (#MeToo) potremmo dare alla gente un’idea di quanto è grande questo problema”.

In pochissimo tempo sotto il suo tweet e con l’hashtag #metoo si sono raccolte miglia di testimonianza di donne che denunciano la violenza che hanno subito e continuano a subire. E tra di loro moltissime donne dello spettacolo e della musica hanno aderito alla campagna.

Le prime sono state Lady Gaga e Anna Paquin che hanno semplicemente replicato con “me too”, mentre la cantante inglese Hannah Reid ha parlato di come giornalmente nelle strade di Londra sia vittima di “catcalling“, ovvero del fastidioso richiamo del maschio rivolto alla donna, spesso con parole volgari e a fini sessuali, e di come tutto ciò crei un’atmosfera di intimidazione. La band Dream Wife ha condiviso una poesia molto toccante le cui ultime strofe recitano “Io non sono il mio corpo, io sono un essere umano“.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg: moltissime donne, tra cui tantissime musiciste, hanno denunciato come la violenza sessuale e psicologica ai danni delle donne nel mondo della musica sia un problema giornaliero e profondamente radicato nel sistema. Dalle band che sfruttano le “groupie” per i rapporti sessuali dopo i concerti ai produttori importanti che ci provano con le giovani impiegate appena arrivate fino alle cantanti o le musiciste che vengono oggettificate e anche costrette a darsi a questo o quel personaggio per fare carriera, per produrre un disco, per suonare in un concerto. Questa è un’industria dove ogni donna ha la sua storia da raccontare, e forse non solo una.

E non è solo una questione di salari uguali e di pari opportunità tra donne e uomini nel mondo della musica, bisogna combattere i comportamenti e le attitudini sessiste che si sono ormai incistate nel mondo della musica dal di dentro, non dal di fuori. Una anziana produttrice musicale ha detto in queste ore che il sessismo e le molestie sessuali sono state una componente costante della sua lunga carriera e che è “finalmente contenta di trovarsi in un’età in cui i predatori sessuali la lasciano tranquilla di lavorare”. Parole assurde, gravissime, allucinanti.

Non voglio fare la parte del moralista o dell’eroe, non ne sarei capace e non è il mio ruolo. Ma l’enorme volume di storie legati a quell’hashtag #metoo, legate al mondo di cui noi parliamo e che vi raccontiamo giornalmente, ha mostrato quanto il problema sia grande, importante e serio e impone una riflessione e una presa di posizione netta e chiara.

Le donne che hanno deciso di condividere le loro storie sotto quel tweet hanno mostrato un coraggio mostruoso e nutro profondo rispetto per tutte le ragazze che hanno deciso di portare all’attenzione di tutti le loro esperienze per evitare che si ripetano. È stato davvero demoralizzante da uomo scoprire che la stragrande maggioranza delle donne che ho conosciuto nel mondo della musica sia stata in qualche modo una vittima ma è stato anche confortante vedere come questa discussione abbia portato alla luce questo mondo. So che ora l’industria musicale deve chiedersi come fare per trasformare questa onda di indignazione in qualcosa di positivo e so che anche noi giornalisti abbiamo il nostro compito di promuovere un cambiamento nel mondo della musica, ma tutto questo non può ancora accadere se violenza e sopruso sono lo status quo generale. È arrivato il tempo di rompere gli indugi.

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