Gli Afterhours hanno deciso di coronare i loro 30 anni di carriera – sui quali nessuno avrebbe scommesso – pubblicando il best of “Foto di pura gioia”.

Il titolo altro non è che una frase di “Quello che non c’è“, brano-icona della carriera della band milanese e titolo dell’album che usciva il 5 aprile 2002. “Foto di pura gioia” è accompagnato da una foto di copertina che ritrae il momento descritto da Manuel Agnelli all’inizio della canzone: “Ho questa foto di pura gioia, è di un bambino con la sua pistola che spara dritto davanti a sé, a quello che non c’è”. Nella foto si vede Agnelli da piccolo, sguardo intenso diretto verso l’obiettivo, mentre posa fiero la mano sulla pistola che ha legato alla vita. Il padre gli aveva portato la cintura dal suo viaggio in Africa e Manuel, che aveva una grande passione per i western, ha sempre ricordato quello come uno dei momenti-simbolo di un’infanzia felice.

Quello che non c’è” (che ha vinto l’Italian Music Award per miglior testo italiano) è un brano tutt’altro che felice, è intriso di malinconia e un profondo senso di disillusione. Lo dice il titolo stesso anche se poi, nel corso del tempo e come sempre accade, gli sono state affibbiate le interpretazioni più svariate. Chi ha seguito gli Afterhours fin dall’inizio della loro carriera sa che “Quello che non c’è” in quanto album ha segnato una svolta nella loro carriera, non più acerba ma nemmeno rabbiosa come agli esordi. L’album, come il brano stesso, ruotava intorno alle sensazioni di Manuel Agnelli ed era il primo uscito dopo l’addio di una figura importantissima per il gruppo, quella di Xabier Iriondo. Tuttavia il famoso ego di Agnelli è riuscito a compensare, a modo suo, l’assenza di Iriondo, tanto che l’album, come il brano, riflettono tutto il suo egocentrismo. In un’intervista fatta all’epoca dell’uscita di “Quello che non c’è“, pubblicata su Rockol, era stato paragonato a “un Gesù che risorge e maledice se stesso, l’umanità e il suo “modo di morire sano e salvo” ma Agnelli si era distaccato dall’idea della fede, ammettendo e ribadendo che il brano aveva un’impronta molto più egoistica. Parlava (e parla), in sostanza, di valori che si sgretolano e della disillusione, che arriva e travolge. Si apre con la foto di “pura gioia” ma finisce con la ricerca della “chiave della felicità“. Che a dirla tutta, Manuel Agnelli fornisce anche una risposta, sostenendo che sia “la disobbedienza in sé, a quello che non c’è”, riferendosi a tutte le cose in cui si crede e che poi non si rivelano reali, o anche solo fattibili. Accettare “l’impossibilità di essere quello che pensiamo di dover essere” e anche la nostra mediocrità, un po’ il concetto espresso da Jep Gambardella (Toni Servillo) nello splendido monologo de “La grande bellezza“. Facile a dirsi, ma molto meno a farsi: “perciò io maledico il modo in cui sono fatto (…) il mio modo di restare sperando che ci sia quello che non c’è“. Tutto ci porta a distrarci dalla nostra vera essenza, continuiamo a muoverci alternando la ricerca ossessiva di questa per poi allontanarcene per paura di scoprire che sia altro, rispetto a quanto avevamo immaginato. In sostanza non siamo diversi dal tormentato Manuel Agnelli del 2002: curiamo le foglie e ci diciamo che saranno forti se riusciamo “ad ignorare che gli alberi son morti”.

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