Per poter parlare di questo disco, dobbiamo prima un attimo parlare dell’uomo dietro al disco, ovvero Joshua MichaelJoshTillman, meglio conosciuto oggi come Father John Misty. Tillman è un cantautore e polistrumentista americano attivo sulle scene musicali dal lontano 2004 ed è stato membro dei gruppi indie rock Saxon Shore, Fleet Foxes, Jeffertitti’s Nile, Pearly Gate Music, Siberian, Har Mar Superstar, Poor Moon, Low Hums, Jonathan Wilson, Bill Patton, The Lashes e Stately English: in più ha anche suonato in tour con Damien Jurado, Jesse Sykes e David Bazan e ha lavorato con Beyoncé, Lady Gaga e Kid Cudi.

Stiamo quindi parlando di una personalità complessa e sfaccettata che ha deciso dal 2012 di vestire i panni di questo suo nuovo alter ego per poter così descrivere la condizione umana in generale in questo mondo senza più idoli cantandone con sincerità e disincanto. E questo disco presenta proprio questi aspetti di Tillman: da un lato il ritratto di una generazione infantile che mostra diseguaglianze sociali e un appetito insaziabile per nuove religioni e antidolorifici e dall’altro il ritratto di un uomo alle prese da anni con la depressione e che cerca di esorcizzare il suo malessere attraverso le canzoni.

Pure comedy” utilizza il linguaggio musicale degli anni Settanta per fare tutto questo: questo disco è anche l’opportunità che ha Tillman di confrontarsi per la prima volta con la cultura pop dall’interno, dopo che negli ultimi due anni ha cercato di rimanere indipendente e non inquinato da questo mondo, eseguendo cover sarcastiche di Taylor Swift, trollando i siti musicali, collaborando con Lana del Rey e prendendosi gioco di tutto e di tutti, come ad un concerto in New Jersey dove invece di suonare si è lasciato andare ad un furioso soliloquio su Trump, l’industria del divertimento e le corporazioni cattive. Ma FJM è così, prendere o lasciare.

Father John Misty – “Pure Comedy” – Cover

Questo nuovo disco, “Pure Comedy“, comincia con la title-track che sembra uscita dritta dritta dagli anni Settanta anche se il sound è molto moderne accattivante: le due seguenti canzoni, “Total Entertainment Forever” e “Things It Would Have Been Helpful to Know Before the Revolution” possono inserirsi in una sorta di suite iniziale con la prima canzone che è una visione apocalittica di una cultura che è autoreferenziale e che potrebbe portarci alla morte mentre la seconda canzone parla del riscaldamento globale e di come esso possa portarci ad una nuova era glaciale.

Ballad of the Dying Man” è proprio una ballad come certifica il titolo, molto piacevole e di impatto, che fa da contraltare a “Birdie“, brano pop molto curioso e che si apre con un intermezzo musicale strano e curioso suonato al contrario. Le due canzoni non sono però altro che il preludio a “Leaving LA“, pezzo centrale del disco di ben 13 minuti in cui frammenti di orchestrale splendore (tutti arrangiati dal bravissimo Gavin Bryars) di trovano seppellitti in un pellegrinaggo dentro la psiche di Father John Misty, una epica dove il nostro Tillman veste i panni dell’antieroe e racconta episodi della sua vita, un pezzo a metà tra “Desolation Row” e “It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)”.

Con la delicata e “A Bigger Paper Bag” il disco riprende fiato anche se subito dopo con “When the God of Love Returns There’ll Be Hell to Pay” c’è ben poco da stare allegri. In tutto il disco, comunque, regna una certa atmosfera di desolazione, di devastazione psicologica, di disincanto e di lucida rabbia nei confronti del mondo, il tutto filtrata da delle melodie quantomeno rassicuranti, come nel caso di “Smoochie“. Con “Two Wildly Different Perspectives” invece si evoca David Foster Wallace e la sua capacità di raccontare delle storture del mondo moderno in modo fittizio ma riuscendo nel contempo stesso ad illuminarne i lati positivi. O almeno ci prova.

The Memo” suscita al contempo stesso cinismo e compassione, soprattutto quando Tillman dichiara che non è l’amare te stessi che ti uccide, ma quando tu permetti agli altri di approfittare della tua vulnerabilità, in clima da pieno sermone religioso ma subito dopo troviamo “So I’m Growing Old on Magic Mountain”, pezzo da dieci minuti che lascia ormai l’ascoltatore alla mercé del musicista che chiude il cerchio con “In Twenty Years or So“, il pezzo finale con cui Tillman si traveste da crooner ed evoca Casablanca e i Talking Heads allo stesso tempo dicendo alla fine che “non c’è nulla di cui avere paura”. E non so se lo dica prendendoci in giro o credendoci.

Father John Misty è un neurotico incline all’apocalittico che legge assiduamente Žižek e Freud e crede che l’umanità sia condannata al caos morale: questo disco “Pure comedy” non è altro che la rappresentazione della sua psiche trascritta con note e testi. Questo disco è un denso concentrato di disistima verso il genere umano (in una canzone FJM dice “Dio, prova qualcosa di meno ambizioso la prossima volta che ti stai annoiando”), un’odissea musicale che richiede attenzione per essere digerita e capita. Non cercate umiltà o amore in questo disco perché non ne troverete: troverete qui dentro intensità, fatalismo e pretenziosità, a volte devastante, a volta grandiosa. D’altronde, cosa potreste aspettarvi da un disco di Josh Tillman? Lui è bravissimo a tormentare le anime delle persone che per qualche arcano motivo amano la sua musica. E credo lo sappia.

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