Ci sono alcuni artisti che nel corso degli anni hanno reinventato se stessi e rielaborato le proprie idee in molti modi, spingendosi anche all’eccesso. Uno di questi è sicuramente Mike Oldfield, compositore e polistrumentista britannico che durante la sua carriera ha spaziato tra vari generi (tra cui rock progressivo, pop rock, new age, musica elettronica, musica classica, musica minimalista e folk rock) e che quelli della mia generazione ricordano sicuramente per brani come “Foreign affairs” e “Moonlight shadow“.

Già nel 2003 uscì “Tubular Bells 2003“, una nuova registrazione dell’originale “Tubular Bells” che Oldfield stesso curò per celebrare il 30º anniversario di “Tubular Bells” ed il proprio 50º compleanno. Nel 2011 e nel 2011 la Mercury ha pubblicato analoghe edizioni, con l’aggiunta di inediti, anche di “Hergest Ridge”, “Ommadawn” e “Incantations”, sempre curate dall’autore. Nel 2012 sono stati pubblicati “Platinum” e “QE2”  e in questi ultimi anni sono stati pubblicati anche alcuni remix delle sue canzoni, non sempre riusciti dal punto di vista musicale.

Continuando su questa falsariga, il 20 gennaio scorso è stato pubblicato dalla Virgin EMI “Return to Ommadawn“, ventinovesimo album in studio del musicista britannico che era stato già annunciato dallo stesso Oldfield sui social networks: “Amarok avrebbe dovuto essere originariamente un Ommadawn II, ma ha preso una sua propria direzione. Sto continuando a lavorare su nuove idee per “A New Ommadawn” nelle ultime settimane più o meno per vedere se l’idea funziona davvero.” L’8 maggio scorso Oldfield postò nel suo gruppo su Facebook che il nuovo progetto Ommadawn, con il titolo provvisorio “Return to Ommadawn”, era finito e che stava aspettando una data di rilascio dalla casa discografica.

Cover 1
Mike Oldfield – Return to Ommadawn – Artwork

Parliamo proprio di “Return to Ommadawn“: questo disco è il primo album dai tempi di “Incantations” del 1978 che ha la suddivisione delle tracce in “parti” (una per lato del vinile), intitolate semplicemente Parte I e Parte II. Oldfield suona tutti gli strumenti nel disco, 22 in totale, compresi Glockenspiel, organo Hammond e ukulele. Il disco originario era una lettera d’amore verso la cultura celtica e le melodie classiche inglesi, integrando in un tutt’uno quello che poi sarebbe stato etichettato come progressive folk-rock. 42 anni dopo, ci ritroviamo con un nuovo capitolo della saga, sempre con una sapiente miscela di musica celtica, folk e rock, con una moltitudine di chitarre acustiche ed elettriche, tastiere, mandolini, flauti di latta e percussioni per una fantasia musicale che oggi definiremmo epica e che richiama alla mente di oggi film come Il Signore degli Anelli e telefilm come Game of Thrones.

Parlando delle due tracce del disco, la Parte I è molto più gentile e ha un paio di momenti davvero interessanti: dopo circa una decina di minuti c’è un movimento molto bello che si riappropria della musica folk tradizionale mentre verso i tre quarti della prima parte la musica lascia un piccolo spazio ad un tamburo potente e ad una voce distante, l’unico momento in cui udiremo la voce di Oldfield (si, ha anche cantato). Nella Parte II, più gentile e maestosa della prima, troviamo una notevole aggiunta di percussioni e di cornamuse che si uniscono al suono delle chitarre elettriche per creare il momento del climax potente ed energico, soprattutto nei due movimenti finali. Le due parti hanno circa la stessa lunghezza e questo dà anche il piacere di una certa simmetria nell’ascolto. Piccolo appunto, in alcuni momenti c’è una sovrabbondanza di chitarre elettriche che stona.

Negli ultimi tempi la vita non è stata gentile con Mike Oldfield e la tragica scomparsa di suo figlio nel 2015 deve aver inciso su questa scelta di voler riappropriarsi del suo passato, ma dobbiamo ammetterlo, la sua Ommadawn è un posto magico e questo nuovo disco non fa altro che riprendere il cammino intrapreso anni fa ed estenderne i confini verso nuovi orizzonti. È curioso come la copertina del disco e la musica al suo interno siano in antitesi, perché il luogo nevoso e tetro descritto dall’immagine non fa assolutamente il pari con le due tracce, soprattutto con la Parte II, molto ariosa e che ricorda tantissimo la verde Irlanda. Come dice lo stesso titolo, “Return To Ommadawn” non è assolutamente nulla di nuovo, ma è una riunione felice in famiglia con tutti fans di Oldfield. Probabilmente non servirà per guadagnare nuove fette di pubblico, ma sicuramente farà sentire a casa tutti i vecchi amanti della musica di MO.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

 

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.