Il 1967 è stato uno degli anni più importanti per la musica rock, ha dato vita ad album come “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei The Beatles, “Are You Experienced” di Jimi Hendrix, l’album d’esordio di David Bowie, lo storico “The Doors“, “Surrealistic Pillow” dei Jefferson Airplane, e il simbolo del rock statunitense della east coast “The Velvet Underground & Nico” dei The Velvet Underground. L’anno della “Summer Of Love” ha visto nascere anche uno degli album più importanti della storia del rock psichedelico, “The Piper at The Gates of Dawn” dei Pink Floyd.

Il 5 Agosto 1967 veniva pubblicato in UK l’album d’esordio della band che ha fatto la storia della musica rock, l’unico che ha visto la presenza di Syd Barret, storico componente dei Pink Floyd ritiratosi nel 1968 dalle scene causa insanità mentale.

La musica è l’arte che rende immortali, ed è anche grazie al genio di musicisti come i Pink Floyd che il 1967 risulta agli annali musicali come unico ed irripetibile. Lontani ormai 5 decenni, quegli episodi leggeri, fluttuanti, colorati e psichedelici hanno reso indimenticabili i suoni e le parole che hanno formato gli ascolti di intere generazioni. “The Piper at The Gates of Dawn” è la fotografia di un’epoca, è racconto fantastico di ambientazioni dallo spazio, di racconti fiabeschi e visioni pericolose rivelatesi fatali per un genio come Syd Barret, autore di quasi tutti i pezzi dell’album. Grazie alla forte coesione dei Pink Floyd la genialità già manifestata nell’album d’esordio non trova fuga nei successivi lavori della band britannica, continuamente però orfana del quid musicale, artistico e morale di Syd Barret.

In “The Piper at The Gates of Dawn” troviamo capolavori come “Interstellar Overdrive” e nell’edizione americana “See Emily Play”, brani che all’ascolto dopo cinquant’anni risultano più attuali che mai. A rendere grande un disco come questo è stata soprattutto la libertà di composizione, la continua ricerca di proporre nuove ambientazioni e improbabili combinazioni di suoni grazie all’impiego di tecniche sperimentali, l’utilizzo delle doppie tracce, echi e riverberi. I racconti narrati nel disco d’esordio dei Pink Floyd non sono conformi alla realtà, raccontano di inebriamento euforico e caleidoscopiche visioni. “The Piper at The Gates of Dawn” è stato registrato negli storici studi di Abbey Road sotto la produzione di Norman Smith, ingegnere del suono dei fab four, prende ispirazione  dal titolo di uno dei capitoli di “Il vento tra i salici” un libro per bambini di Kenneth Grahame.

L’ecosistema lisergico in cui si colloca “The Piper at The Gates of Dawn” è rimasto lì, immobile, come un’isola fluttuante dove periodicamente, all’occorrenza (in questo caso all’ascolto) desideriamo perderci ancora dopo 50 anni. 

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