The Passenger Mirrors - Artwork

Pubblicato il aprile 15th, 2013 | da Greta C

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We, The Modern Age: “Mirrors tra immediatezza e ricercata sporcizia”

Per la nostra settimana “The Passenger” di MelodicaMente abbiamo deciso di presentarvi la band varesina We, The Modern Age! che avevamo già avuto modo di conoscere tempo fa. I We, The Modern Age! allora erano ancora all’inizio ma attualmente hanno appena pubblicato l’album d’esordio “Mirrors”. Nati musicalmente nell’estate del 2009, i membri della band sono accomunati da una passione per gli anni ’90, i film pulp e gli hamburger. La musica nasce come sfogo, come metodo per materializzare la propria passione e il desiderio di mettere per scritto ed in musica le proprie esigenze e volontà. La musica dei We, The Modern Age! è una miscela di pop inglese ma anche alternative rock di matrice americana, dai suoni più duri e decisi passando per il dream pop.

Nel 2012 i We, The Modern Age registrano l’album di esordio “Mirrors“, presso la Sauna Recording Studio di Varano Borghi (VA). La band per spiegare “Mirrors” ha utilizzato il concetto di freschezza musicale e noi abbiamo chiesto proprio alla formazione di parlarci di ciò. Come sempre MelodicaMente mira a far parlare i protagonisti della scena musicale emergente, quindi concludiamo qui la nostra disamina per passare all’intervista con i We, The Modern Age.

We, The Modern Age

We, The Modern Age

A Tu per Tu con i We, The Modern Age

Come accennato nell’introduzione, abbiamo già avuto modo di parlare con i We, The Modern Age circa un anno e mezzo fa. Per il nostro progetto The Passenger, la band ci sembrava perfetta e dunque, ecco qui il loro momento.

1. Rieccoci dopo un anno e mezzo su MelodicaMente. Quando vi abbiamo intervistati la prima volta era la fine del 2011 e da poco avevate rilasciato il vostro EP d’esordio. Quanto e come sono maturati i We, The Modern Age da allora? Quali sono state le strade percorse che hanno portato alla realizzazione di “Mirrors”?

Il cambiamento principale avvenuto tra l’EP e Mirrors è stato fondamentalmente il fatto che siamo cresciuti, sia musicalmente che come persone. Ognuno di noi ha ampliato le proprie influenze ed abbiamo iniziato a suonare insieme in modo più affiatato.

Questo ci ha portato ad avere più “consapevolezza musicale” di quello che stavamo facendo e ha fatto sì che in Mirrors confluissero tutta una serie di nuovi spunti che prima non trovavano spazio nella composizione dei brani. Infatti, mentre per l’EP i pezzi venivano scritti da tutti e quattro insieme in sala prove, per il nostro ultimo lavoro le canzoni sono state impostate per la maggior parte da Davide (chitarra e voce) e Andrea (batteria) in una forma basilare (per avere una struttura e delle ritmiche definite già in partenza) e successivamente rifinite nei dettagli con Matteo (chitarra) e Luca (basso).

Abbiamo scritto Mirrors in sei mesi con la chiara idea di scrivere un album, focalizzandoci sulla composizione di brani coerenti tra loro e con un forte senso d’insieme, per ottenere un lavoro omogeneo e non una semplice raccolta di canzoni.

2.  Il vostro disco d’esordio “Mirrors”, pubblicato a Marzo, ruota attorno al concetto di freschezza. Quanto è importante secondo voi proporre una musica fresca al giorno d’oggi? Come definireste la freschezza musicale? E’ così difficile trovarla in Italia oppure semplicemente non è abbastanza valorizzata come nel resto d’Europa?

In realtà per noi è difficile dare una definizione di freschezza musicale, soprattutto dovendo giudicare dall’interno un lavoro in cui siamo così strettamente coinvolti. Per quanto ci riguarda cerchiamo semplicemente di sviluppare spunti sempre nuovi concentrandoci molto sulla cura dei dettagli, sulle dinamiche e sulla ricerca dei suoni.

Riteniamo comunque che cercare di proporre musica fresca sia molto importante per la crescita di una band perché rappresenta il tentativo continuo di migliorarsi e di superare quanto fatto in precedenza.

Dal nostro punto di vista in Italia ci sono molte proposte musicali che fanno della freschezza il loro punto forte e, nonostante possano risultare difficili da trovare a causa della scarsa visibilità di cui godono, non sono meno valide di proposte internazionali più accessibili.

3.  Avete scelto come primo singolo “Standing On The Shore Of Nowhere”. Come mai avete deciso di lanciare “Mirrors” proprio con questo brano? Quali sono i progetti futuri che desiderate trasformare in realtà? 

Per la pubblicazione di Mirrors volevamo far risaltare il più possibile la nostra evoluzione rispetto all’EP ed abbiamo capito che il modo migliore per farlo sarebbe stato scegliere come primo singolo Standing On The Shore Of Nowhere, il brano che si distacca maggiormente dalle nostre pubblicazioni precedenti e che è stato per noi un piccolo passo avanti nella scrittura delle canzoni.

Per quanto riguardi i progetti futuri invece, oltre a diversi live in giro per l’Italia, siamo al lavoro su due nuovi video (di cui uno in uscita a breve) e su nuovi brani che speriamo di poter pubblicare entro la fine del 2013.

We, The Modern Age – “Mirrors”, l’ascolto

Per tentare di raccontarvi questo disco partiamo proprio da “Standing On The Shore Of Nowhere” supportato da un video molto intenso e moderno. Il brano è un lento incedere verso una melodia che risulta sempre sul filo del rasoio. La voce di Davide conduce l’ascoltatore quasi per mano all’interno di una canzone che lascia presagire un disco dalle sfaccettature internazionali. Si parte con l’intro sostenuto dalla chitarra a cui poi si aggiungono gli altri strumenti ma soprattutto la voce, questo però solo dopo circa 1 minuto dall’inizio. Lo sguardo internazionale strizza l’occhio alla musica britannica, anche se l’alternative rock americano non va di certo dimenticato. La particolarità più interessante dei We, The Modern Age è la pulizia dei suoni e della voce. Il tutto sembra rifinito nei minimi dettagli, già dall’intro, e questo non può che piacere immediatamente.

Si passa a “Golden Years” dove la chitarra elettrica è sostenuta dalla batteria. Brano classico di una produzione alternative rock. Ancora una volta la voce impreziosisce la canzone che si basa su una solida base ritmica già ben collaudata. C’è un miscuglio di The Strokes (quelli dei bei tempi d’annata) e un pizzico di Oasis. Il genere musicale su cui basarsi è quello e proprio da lì si parte cercando di non sfruttare le solite vie note dell’indie rock, alternative rock e chi più ne ha più ne metta.

Mirrors - Artwork

Mirrors – Artwork

Con “PLS” si nuota nel sottogenere dello shoegaze. L’ascoltatore dopo la botta d’energia “Golden Years” viene cullato con “PLS” che risulta essere una di quelle canzoni che pur avendo un assetto molto semplice, linea di basso a sostenere il tutto, risulta profondamente coinvolgente. Si passa a “Standing On The Shore Of Nowhere” che come abbiamo già avuto modo di accennare è un brano molto aperto, immediato, che spinge l’ascoltatore a cliccare su “repeat”.

“Brooks Stevens” ripropone quella linea musicale di puro alternative rock molto piacevole senza essere eccezionale. La sognante “Eighteen” propone una miscela di dolcezza e nostalgia. Interessante la conclusione del brano, con la voce distorta rispetto alla prima parte, il tutto spinto quasi fino al limite. Conclusione che impreziosisce “Eighteen”.

“Door Selection” parte subito a ritmo sostenuto e ripropone un mix delle caratteristiche già sentite nel corso delle precedenti tracce. Si passa a “A Million Eyes” e  ci si tuffa in un mare di shoegaze profondamente lento e avvolgente. Una canzone che strizza l’occhio al vintage musicale del passato. Un brano che permette di trarre un respiro dopo la botta di adrenalina data da “Door Selection”. Ci si avvicina alla conclusione con “Gotta Love You More” che riprende l’idea musicale dell’Intro. Un continuo crescendo dove la voce diventa protagonista solo dopo circa un minuto (qui qualche secondo prima rispetto all’Intro). Il brano riprende quel riff ormai già ben conosciuto e apprezzato. “Ride” è la conclusione che non ti aspetti, una miscela acustica che si apre in maniera distesa e positiva.

Il pregio maggiore della formazione è appunto la tanta decantata freschezza. I We, The Modern Age regalano un sound molto pulito, sia dal punto di vista strumentale sia da quello vocale. Una voce in grado di modularsi alla perfezione proprio alla base strumentale e questo è certamente un punto di partenza importante. “Mirrors” scorre veloce, non distrae l’ascoltatore, non lo sconvolge ma di certo non lo delude. Lascia sulla pelle una sensazione positiva. Per essere un inizio, è un ottimo inizio. Non fateveli sfuggire i We, The Modern Age. Ne sentiremo riparlare molto presto.

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