Il destino ha voluto che nascessero a distanza di un giorno l’uno dall’altro e che entrambi decidessero di suonare la chitarra: parliamo di Brian May, storico chitarrista dei Queen, e di Carlos Santana, inventore del latin rock, che compiono settant’anni suonati (è proprio il caso di dirlo).

Tra i due è nato prima il dottore in astrofisica Brian May che compirà gli anni mercoledì 19 luglio che proprio all’università ha cominciato a suonare, ha formato le prime band e ha incontrato Roger Taylor, che a sua volta ha lasciato nel cassetto la sua laurea in biologia per sedersi dietro la batteria dei Queen e, grazie a lui, Freddie Mercury, che allora usava ancora il suo vero nome, Farrokh Bulsara. Dal 1971, con l’aggiunta del bassista John Deacon, nascono i Queen, una band che diventerà nel corso di pochi anni vero e proprio fenomeno del rock mondiale e non solo grazie a canzoni leggendarie come “We Will Rock You”, “Who Wants To Live Forever”, “I Want It All” e “The Show Must Go On”, proprio composte da May, e grazie alla presenza scenica di Freddy Mercury, uno dei più grandi entertainer che un palco abbia mai visto.

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Brian May è sempre rimasto fedele tutta la sua vita al suo look e al suo sound, grazie anche alla sua chitarra, costruita quando era adolescente insieme al padre ingegnere assemblando il tutto e utilizzando al posto del plettro la parte zigrinata di una monetina da sei pence: da allora May e la sua “Red Special” hanno girato il mondo e hanno eseguito concerti entrati nella storia, come quello a Wembley, quello a Budapest oppure la partecipazione al Live Aid (per opinione generale l’esibizione migliore dei Queen), fino allo spettacolare omaggio a Freddy Mercury sempre a Wembley, nel 1992. Attualmente è il produttore del fortunato musical “We Will Rock You” sulla storia dei Queen e gli è stato intitolato un asteroide, il 52265 brianmay.

Il giorno dopo, giovedì 20 luglio, compirà invece 70 anni Carlos Santana, l’inventore del latin rock, un nuovo modo di suonare la chitarra inventato e perfezionato poco più che ventenne con la sua band e portato al successo da capolavori come “Soul Sacrifice” e performance come quella di Woodstock. Carlos si è fatto le ossa nei club di Tijuana, città di confine, e poi è cresciuto a San Francisco nel pieno della Summer Of Love. Dopo aver fatto il lavapiatti e il musicista di strada, si era fatto notare nel 1969 da Bill Graham e da lì nacque il successo: la sua miscela di rock, blues, soul e ritmi latini era qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima nel mondo del rock ed ebbe un successo clamoroso, grazie a canzoni come “Oyo Como Va”, “Evil Ways” e “Black Magic Woman”.

Ma il segno caratteristico e unico di Santana era la sua chitarra e soprattutto i suoi assoli, quasi un urlo dello strumento, concetto chiarissimo in brani come “Samba pa ti” e la celeberrima “Europa“: nel 1970 c’è l’incontro con John McLaughlin, con cui produce il celeberrimo “Love Devotion and Surrender“, e con il guru Sri Chinmoy che lo ha allontanato dal successo per molti anni, quando sperimentò strade più vicine al jazz e alla fusion che al rock e suonò con personaggi come Herbie Hancock, Ron Carter, Wayne Shorter e Tony Williams. Quando ha deciso di tornare al grande pubblico però Santana ha patito alti e bassi prima del 1999, anno in cui il tycoon dell’industria musicale Clive Davies lo convince a fare un album con altri grandissimi nomi come Eric Clapton, Lauryn Hill, Wyclef Jean, Dave Matthews, Manà, Rob Thomas e tanti altri: quel disco, “Supernatural“, ha un successo clamoroso e riporta in auge Santana vendendo 15 milioni di copie solo negli Stati Uniti e vincendo otto Grammy e tre Latin Grammy. Dopo questo successo cominciano le collaborazioni più moderne (tra cui anche il nostro Eros Ramazzotti), l’impegno con l’associazione benefica “Milagro” da lui fondata e il matrimonio con la batterista Cindy Blackman.

Che dire, auguri e altri cento di questi anni.

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