Non sono luoghi comuni: l’Italia non ha ancora capito come fare festival. Le polemiche degli ultimi giorni legate alla logistica di alcuni eventi musicali hanno fatto riaprire una ferita aperta che non si è mai rimarginata, purtroppo non siamo al pari delle realtà europee quando si tratta di gestire un evento di grandissima portata. I concerti sono diversi dai festival, i primi sono eventi di breve durata, i secondi invece trasformano un’area urbana in una vera e propria comunità: non sono solo presenti aree concerti ma si costruiscono delle dinamiche molto più complesse, sono presenti market, punti di ritrovo, punti di ristoro e aree camping, si respira un senso di appartenenza nei confronti non solo della musica, ma di un sentimento superiore.

Siamo stati all’Idays Festival 2017 per la data dei Radiohead, abbiamo programmato il concerto con molto anticipo rispetto alla data prevista (ormai l’acquisto dei biglietti per un concerto va affrontato almeno sei mesi prima), e per essere previdenti abbiamo pagato una cifra molto alta per poter ricevere i biglietti comodamente a casa ed evitare la ressa da concerto per il ritiro del biglietto al botteghino. Per essere ulteriormente previdenti abbiamo acquistato un ticket parcheggio online per evitare di arrivare in ritardo al concerto, rimanere imbottigliati nel traffico e nella ressa da pre-concerto e adeguarci alle norme di sicurezza consigliate.

Dunque dopo aver fatto veramente tutto il necessario per essere presenti all’evento, carichi di tanti buoni propositi arriviamo a Monza nel pomeriggio di venerdì 16 giugno, con 40 gradi (non si sa se all’ombra o al sole, ma il termometro della macchina segnava questo numero). Lasciamo la macchina in uno dei tanti parcheggi indicati da Monza Mobilità sul sito ufficiale, scegliamo quello più vicino alla location avendo purtroppo dovuto rinunciare per esaurimento al parcheggio Gold. Da informazioni reperite sullo stesso sito dove acquistato il ticket parcheggio non si fa necessaria la navetta in quanto il luogo del concerto è a circa 1 km di distanza dal parcheggio Auchan. Purtroppo scopriamo che il percorso da affrontare è ben più distante di 1 solo km, infatti prima di arrivare al palco impieghiamo circa 2h e mezza (fortunatamente avevamo già il biglietto e non abbiamo dovuto ritirare nulla).

Raggiungere quindi il palco non è stato facilissimo, ma questo non è assolutamente dipeso dalle ferree norme di sicurezza, tutt’altro. Il traffico cittadino non ci è sembrato fermo, le macchine arrivavano in prossimità dell’entrata del parco senza alcun impedimento parcheggiando in aree assolutamente gratuite. E i controlli? Quasi pari a zero.

Morale della favola? Siamo arrivati a concerto iniziato, con James Blake già presente sul palco, assaporando solo lontanamente Michael Kiwanuka durante il percorso infinito che ci separava dal cuore pulsante del festival. Dopo aver affrontato un cammino di circa 5 km abbiamo dovuto attendere circa 40 minuti per poter acquistare dei token e ritirare una bottiglia d’acqua fresca, questo per l’esiguo numero di stand presenti a fronte dell’importante seguito presente all’Autodromo di Monza. Sprovveduti? No. Siamo stati solo fiduciosi nei confronti di un sistema che vorrebbe ambire agli standard europei ma ha ancora tanto da imparare. Siamo stati nelle più importanti realtà europee come il Pukkelpop, il Frequency Festival, Sziget, Primavera Sound e concerti di spessore internazionale in giro per capitali europee e ci è sempre rimasto l’amaro in bocca, siamo stati colti puntualmente dallo stupore e la meraviglia nell’assistere a come certe cose venivano organizzate con così tanta naturalezza, anche quando in una sola serata si sono registrate 200.000 presenze. Insomma, abbiamo tanto da imparare, anche se i fedelissimi saranno sempre disposti a trasformare un semplice concerto in un sacrificio solo per il gusto di poterlo assaporare nel proprio paese. Possiamo dire con sicurezza che l’Italia non è un paese per festival, e gli unici eventi che ancora oggi funzionano e sono in grado di resistere sono quelli dove non viene richiesta la componente partecipativa dell’individuo, ma vengono concepiti come show fini a sé stessi, da ammirare attraverso il tubo catodico, perché l’Italia è un paese per vecchi e tale rischia di rimanere se non riconosce il potenziale di eventi culturali e musicali che in altri luoghi festeggiano il ventennale. Ci abbiamo provato con alcune realtà importantissime, ma ci siamo fatti scappare tante occasioni, solo per il gusto di non credere nell’enorme potenziale della cultura.

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